Kessisoglu presenta il suo libro a Pescasseroli: «Siamo adolescenti costretti a diventare adulti»

28 Luglio 2026

L’attore e conduttore genovese parla all’Arteparco Festival del romanzo “Ieri è il momento giusto”, edito da Solferino. Appuntamento mercoledì 29 luglio alle 18 

PESCASSEROLI. Prende vita da una scoperta, “Ieri è il momento giusto”, il primo romanzo di Paolo Kessisoglu: il ritrovamento delle lettere scritte da suo padre Pietro a sua madre Graziella durante il servizio militare. Un ritrovamento avvenuto dopo la scomparsa dei suoi genitori, avvenuta qualche anno fa, a pochi mesi di distanza l’una dall’altro. L’attore, comico e conduttore genovese presenterà il suo libro, edito da Solferino, mercoledì 29 – alle 18 – a Pescasseroli per Arteparco Festival. Una storia delicata che insegna a conoscere i propri genitori oltre il loro ruolo. Protagonista del romanzo è Federico, un uomo che sa qual è il suo posto nel mondo, anche se quel posto non gli piace, le cui certezze vengono minate, alla morte di suo padre Giovanni, dalla scoperta che no, Giovanni non è quello che credeva che fosse.

Parte da uno spunto autobiografico, “Ieri è il momento giusto”...

«Quando ho ritrovato le lettere, leggendole la riflessione è stata che i nostri genitori, a volte, si nascondono un po’ dietro il loro ruolo e forse noi, da figli, non siamo così in grado di capire chi siano davvero. Da tutta questa riflessione parte il racconto. Il protagonista scopre con il testamento che il padre, morto improvvisamente, è una persona molto diversa da ciò che lui pensava. Ovviamente è una estremizzazione del concetto che ho raccontato all’inizio. Sicuramente la mia riflessione ha fatto da trigger».

Quanto c’è di lei in Federico? Cosa l’ha ispirata nella costruzione di questo personaggio?

«In Federico ci sono sicuramente delle parti di me, ma non solo. Si attinge dai caratteri delle persone che ci circondano, a cominciare dagli amici, dalle cose che ti capitano quotidianamente».

Torniamo, invece, a Giovanni...

«Mi sono mosso sull’onda di questo concetto principe che i genitori interpretano un ruolo che, in qualche modo, non consente loro di essere totalmente se stessi, perché devono dare delle regole, devono essere autorevoli, a volte autoritari. Mi sembra che questo diventare genitori sia il nostro “gioco” di diventare grandi, ma alla fine rimaniamo sempre noi: degli adolescenti che sono costretti a diventare adulti. In fondo in fondo, dentro di noi, rimaniamo sempre dei ragazzini, ci fanno palpitare le stesse cose, ci fanno sognare gli stessi orizzonti. Questa riflessione in Giovanni è molto ampia. È un padre che sicuramente si prende le proprie responsabilità e interpreta il proprio ruolo anche con devozione, ma non rinuncia alla sua vita, con i suoi sogni, le sue ambizioni, le sue libertà».

Non smette di essere una persona, al di là del suo ruolo genitoriale...

«Esatto. Mi piaceva l’idea – e spero di esserci riuscito – di descrivere questo personaggio senza giudizio. Non c’è alcun giudizio morale da parte mia».

Una storia che fa riflettere sul nostro rapporto con i genitori e sulla vita dei nostri genitori. È un libro anche divertente. Lei è appassionato della grande commedia italiana. Quanto ha influito nel libro?

«Nella mia idea di scrittura, in ciò che ricerco, non credo molto che nella nostra vita il drammatico, il comico, il grottesco siano separati. Credo che il bello della vita sia proprio questo: questo altalenarsi piuttosto persistente. Nella grande commedia italiana, in tantissimi film, anche quelli più tragici, è molto presente questo andamento sinusoidale tra il dramma e il grottesco, il ridicolo, più che il comico. Alla fine, ti viene da ridere perché diventa buffo, ma mantenendo la sua drammaticità. Registi come Monicelli, Germi, Scola disegnano un po’ questa linea».

Lo scorso anno ha sensibilizzato il pubblico sui temi legati alla salute mentale con il tour di “C’è da ridere”. Mostrando che si può ridere di tutto, con intelligenza, delicatezza e sensibilità. Che esperienza è stata?

«Tra i vari eventi che organizziamo con la nostra associazione “C’è da fare”, che si occupa di disagio giovanile, mi è sembrato interessante proporre uno spettacolo corale, che parlasse di questi temi. A ogni artista è stato chiesto di scrivere un pezzo che avesse a che fare con gli adolescenti e la salute mentale».

Cosa preferisce tra la televisione, il teatro e il cinema?

«Mi piace aver avuto la fortuna e l’opportunità di aver imparato a fare tutte queste cose, che sono davvero mestieri diversi. Forse la televisione è quella che inizialmente mi è sembrata meno congeniale, ma mi ha insegnato tantissimo. Il teatro è il posto dove ho imparato a muovere primi passi e dove sento di stare a casa. Il cinema, sebbene da un certo punto di vista sembra che gli attori debbano scomparire con queste nuove tecnologie, posso dire che lo vedo come il mio futuro».

Tra i personaggi che sono rimasti nel cuore del pubblico c’è Paolo Bitta della sitcom “Camera Café”. Cosa le ha lasciato?

«Tantissimo, anche perché ancora adesso non riesco a girare per strada proprio tranquillo, grazie ai fan di Paolo Bitta. Mi mostra quotidianamente quanto la nostra società sia cambiata. È un personaggio quasi improponibile adesso, che non potrebbe andare in onda disegnato e scritto così, seppure nella sua parodia più estrema e nella sua totale improbabilità, perché era un cartone animato per quanto fosse esagerato. Ora come ora, che si può scherzare davvero su poco, credo che farebbe fatica. È una sorta di campanellino d’allarme che ci fa vedere la società com’era vent’anni anni fa e, in un baleno, com’è adesso. Paolo Bitta è una cartina tornasole».

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