L’amore dopo la Shoah nei Nemici di Singer

La storia di una passione a New York in un romanzo dello scrittore ebreo finora inedito in Italia
«Il passato esiste!», dice Masha Bloch al suo amante Herman Broder nel corso di una delle loro drammatiche conversazioni che li mette entrambi di fronte all’impossibilità di avere un futuro in comune. Il passato di Masha è la Shoah, da cui entrambi sono sopravvissuti in tempi e modi diversi, approdando nella New York dell’immediato dopoguerra rigurgitante di ebrei polacchi, russi, lituani che cercano di ripristinare il loro stile di vita inghiottito nei forni dei campi di sterminio. Masha, Herman, Jadviga e la rediviva Tamara affrescano un romanzo di Isaac Bashevis Singer inedito in Italia, e da poche settimane in libreria per i tipi dell’Adelphi (257 pagine, 18 euro), dal titolo “Nemici. Una storia d’amore”. E’ una storia di più amori, con al centro Herman, marito della contadina cattolica polacca Jadviga, sposata quasi per riconoscenza dopo averlo salvato dai nazisti in un fienile della Polonia, vedovo di Tamara scomparsa con i due figli nei campi, che però riappare da sola a New York per scombussolare ancora di più i suoi piani e la sua vita straordinariamente disordinata, e poi c’è Masha, donna bella, fascinosa e ambigua dalla quale Herman non vuole né può staccarsi fino all’inevitabile finale che lascia col fiato sospeso, come in attesa di un prossimo capitolo che il lettore può immaginare, ma che non trova.
Il lettore può anche immaginare il mondo sparito degli “Shtetl”, i villaggi polacchi a maggioranza ebraica dove la vita è scandita dai ritmi di lettura della Torà, e da quella lingua mista di ebraico antico, tedesco, polacco e russo che è lo jiddish, emigrato in America insieme alle comunità israelitiche, scrittura base dei romanzi di I.B. Singer (Premio Nobel 1979) e del fratello Israel Joshua, autore di altri straordinari romanzi Jiddish, tra i quali “La famiglia Karnowski”. Il conflitto esistenziale di Herman con Jadviga, Masha e Tamara è la sublimazione del conflitto europeo che ha spazzato via per sempre le comunità ebraiche mai realmente accettate dalle popolazioni cattoliche e ortodosse orientali, ed è la ricerca di una nuova identità, che Herman fatica a ritrovare nei commentari del Talmud, lì dove si “insegna agli ebrei una strategia sola: fuggire dal male, evitare i pericoli, evitare le rese dei conti”.
E’ proprio quello che Herman aveva fatto in Polonia, rintanato per tre anni nelle balle di un fienile sotto lo sguardo protettivo di Jadviga, mentre la sua famiglia spariva nei forni. Masha lo sprona inutilmente ad osare di più, a mollare Jadviga incinta di lui ed a rifarsi una vita con lei lontano da tutto, e da quel passato che li insegue senza sosta e che Herman esita a lasciare, poiché, egli esclama ad un certo punto, “ho paura di Dio”. In verità ha paura delle sue scelte impossibili e di un destino implacabile.
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