L’amore in tempo di guerra: le cento lettere dalla trincea del figlioccio di D’Annunzio

PESCARA. «A Gabriele che portando il mio nome sarà il giovane soldato eroico che io vorrei essere». Dietro una fotografia che lo ritraeva durante un comizio a Quarto, il 5 maggio del 1915, Gabriele D’...
PESCARA. «A Gabriele che portando il mio nome sarà il giovane soldato eroico che io vorrei essere». Dietro una fotografia che lo ritraeva durante un comizio a Quarto, il 5 maggio del 1915, Gabriele D’Annunzio appuntò un messaggio destinato al nipote appena maggiorenne. Quello scatto con dedica era per Gabriele De Marinis, figlio della sorella Anna, morta pochi mesi prima. D’Annunzio era orgoglioso di quel nipote partito volontario per la Prima guerra mondiale: «Non posso vincere la tristezza del nostro lutto recente. So che il mio figlioccio Gabriele si offre volontario. Bravo!», così diceva il Vate in una lettera alla madre Luisa. Il giovane soldato De Marinis, arruolato il 16 ottobre 1914 e per tre anni nel Reggimento cavalleggeri di Lodi, è il protagonista di “Fronte del cuore. L’amore ai tempi delle trincee”, nuovo libro di Licio Di Biase edito da Vertigo. Un romanzo storico che si svolge nell’arco di due anni e mezzo che sconvolsero l’Italia, dal luglio del 1917 al dicembre del 1919, anni scanditi da circa cento lettere tra De Marinis e la sua innamorata, Antonietta Franceschini di Castellamare, la città a nord del fiume Pescara. «Il romanzo», spiega Di Biase, storico e scrittore con la passione per la politica, «è tratto da un epistolario vero, risalente alla Prima guerra mondiale, di proprietà del Museo della Lettera d’Amore di Torrevecchia Teatina». “Fronte del cuore” sarà presentato oggi alle ore 17.30 all’auditorium Cerulli di Pescara con lo scrittore Federico Moccia.
Adesso, con la messaggistica istantanea, i soldati ucraini e russi possono mantenere un contatto costante con mogli, fidanzate e amanti; più di cento anni fa, l’attesa di ricevere una lettera di carta – a volte carta straccia tanto che Gabriele dalle trincee si scusava dicendo «perdona l’indecenza della carta, non ho altro, dove sono non c’è di meglio» – alimentava una continua scossa di adrenalina. Anche perché ricevere la corrispondenza non era affatto scontato: «Nei giorni addietro abbiamo avuto un po’ di burrasca, tutto causato dal malfunzionamento postale, ma ora tutto è passato e speriamo che non si verifichi più», recita una lettera di Antonietta. La gioia di prendere in mano quella busta spedita dal fronte è raccontata tutta in una manciata di righe: «Tesoruccio mio, ieri ricevei la tua del 9 e non ti posso descrivere quanta felicità ho provato. Solo i tuoi scritti hanno la possibilità di rendere gaia e bella la mia esistenza. Nulla di più bello e di più grande farebbe battere il cuore, come batte quando la postina mi dà le tue lettere, e poi quando queste contengono parole care, amorevoli, piene di affetto e di belle speranze per l’avvenire». Il pensiero di un amore lontano e il rischio di non rivederlo e stringerlo più di contro all’ansia delle spunte blu di Whatsapp, del messaggio visualizzato ma lasciato senza risposta, del Whatsapp down che si trascina per tre ore: un ossimoro che si dipana lungo cent’anni. «Totina mia cara cara», diceva Gabriele, «dopo tanti giorni che ero privo di tue lettere, ieri finalmente m’è giunta la tua del 19. Da qualche tempo vivevo addirittura sulle spine, ti sapevo malata, non ero tranquillo».
Nel racconto di Di Biase si intersecano le vicende di Gabriele e Antonietta con le notizie dal fronte: scivolano in primo piano il generale Luigi Cadorna, il capo di Stato maggiore del Regio esercito Armando Diaz, il maresciallo d’Italia Pietro Badoglio e la presenza costante di D’Annunzio, zio e padrino di battesimo del protagonista ed eroe del volo su Vienna del 1918. Ma è il «vero amore» che batte ogni cosa: «Ti bacio tutta con l’amore che solo la disperazione può far sentire. Sempre tuo Gabriele».