L’amore per Marietta nella guerra del signor Martens

L’incontro a Mosca tra un fotografo abruzzese e un ex ufficiale dell’esercito tedesco fra ricordi e rimpianti
Quando sono arrivato a Mosca il signor Martens, tour operator ed ex ufficiale delle SS, mi aspettava nella hall del Moscow. Era un vero ariano: alto, bello, occhi azzurri, capelli brizzolati e molto elegante. Mentre mi parlava lo immaginavo con la sua divisa da SS impartire gli ordini. Con quelle parole che avevo imparato a conoscere sin da piccolo perché erano ancora vive nei ricordi dei miei famigliari.
Parole che avevano il sapore della paura e del terrore: raus, snell, caput, sciaise. Mi sarebbe piaciuto tirargli un calcio nei coglioni e dirgli: questo da parte di mio padre. Era un bambino infreddolito e scalzo quella mattina di dicembre del ’43, quando uno di loro gli aveva puntato la pistola Mauser alla tempia, reo di non averlo avvertito che la salsa che portava la madre sulla testa non era marmellata ma conserva piccante. Il giorno dopo abbiamo iniziato di buonora. Era insopportabile.
Mi stava sempre alle costole come un cane pastore che ringhiava in mano a un Kapò. Un giorno non ce l’ho fatta più e tra i denti, in dialetto, mi sono lasciato scappare un sentito: ma vatten’ a ffangule. Pensavo mi avesse capito dal tono in cui avevo pronunciato quelle parole, ma rimase impassibile senza batter ciglio. «Fatto pagno? Fai tue scatti, più zicuro. Fatto zala pranzo?». L'hotel Pribaltiskaja, a San Pietroburgo, è stato l’ultimo albergo che ho fotografato. Per me è stato come uscire da un incubo e non vedevo l’ora di farmi un giro di notte nella città incantata. «Tino», mi disse con un tono diverso e confidenziale, «pozzo tare tel tu?». Forzatamente ho fatto cenno di sì con la testa. «Per me zarebbe onore questa zere ti fare cena con te!». A quel punto dire di no sarebbe stato di pessimo gusto e così ho accettato con un certo distacco. Puntuale, all’ora stabilita, il taxi era davanti all’ingresso della mia residenza. In pochi minuti ero già in centro. La città era tutta innevata e mi sembrava di essere dentro una scena del Dottor Zivago, mancava solo il tema di Lara. Lui era già lì che mi aspettava con un doppio petto blu, camicia bianca e polsini in oro.
Quando mi ha visto arrivare mi è venuto incontro e con molta gentilezza mi ha spostato la sedia per farmi accomodare. Era sorridente con atteggiamenti di grande accoglienza. Abbiamo cenato e parlato molto, soprattutto di calcio. Era ancora arrabbiato per quell’Italia - Germania quattro a tre. Poi ad un certo punto la sua voce si è abbassata di tono, delicato e remissivo mi ha sussurrato: «tu zei apruzzese?». Si ho risposto un po’ stupito. E in quel momento mi sono sentito un verme e mi sarebbe piaciuto scavarmi una fossa per la vergogna ripensando a quello che gli avevo detto la mattina con tutto il livore di questo mondo.
Lui fa un bel sorriso e mi ripete compiaciuto il mio “vaffanculo” in perfetto dialetto. Quando cerco di scusarmi mi ferma con un cenno della mano come per tranquillizzarmi e farmi capire che non si era offeso. «Ho fatto cuerra, linea Custav, Cassino, poi pompartato Ortona, tanto sangue, morti». Lunga pausa, sguardo nel vuoto e davanti ai suoi occhi quelle macerie e quel disastro. Si toglie la giacca e mi mostra un lungo taglio sul braccio destro: «cranata! Prutta coza cuerra! Pruttta coza!».
Poi si ferma ancora come a cercare un ricordo, qualcosa che gli era rimasto sempre nel cuore. «Tu conosce Lanciano?». Sì ho subito aggiunto, abito poco distante. E in perfetto lancianese ha esclamato divertito: «te piove, te nenghe, eja a’la madonne de lu ponde!» Parlava il dialetto meglio dell'italiano. «Marietta!». Esclama all’improvviso come se la stesse vedendo davanti a sé. «Crante amore di mia fita! Marietta zempre in mio cuore». Marietta l’aveva tenuto dentro il suo pagliaio per parecchi giorni curandolo e sfamandolo di nascosto da tutti. Il giorno che era scappato le aveva promesso che dopo la guerra sarebbe tornato per portarsela in Germania, e così ha fatto, ma nel frattempo lei era stata data in moglie ad un altro. «Ho pacato con mio amore male e tolore che ho fatto», ha aggiunto severo con tono solenne e militaresco come per punirsi con la voce che gli usciva appena e il viso trasfigurato dalla disperazione. Poi apre il portafogli e mi mostra una piccolissima foto ormai consunta della sua donna.
Accade sempre così quando la storia, quella che sei costretto a vivere, tuo malgrado, travolge quella che avresti voluto scrivere per te facendo danni irreparabili. Forse avrebbe voluto che condividessi il resto della notte con lui davanti al whisky che nel frattempo aveva ordinato. Ma non mi andava di giocare a fare il medium.
Un bicchiere dopo l’altro forse l’avrebbe ritrovata, più verosimilmente sfiorata come tante volte forse era accaduto negli anni passati. Abbracciarlo mi sembrava troppo, ma non lo odiavo più.
A suo modo aveva estinto le sue colpe pagando con il dono più raro e prezioso, quel grande amore inespresso che si sarebbe portato fino alla tomba. Quando sono uscito fuori era notte fonda e il vento gelido del Baltico mi tagliava la faccia. Ho pensato a Marietta che in quel momento forse se ne stava nel letto con l’uomo che aveva sposato. Chissà se lei lo pensava ancora, se quei lamenti disperati d’amore, come quelli di quella sera, qualche volta erano giunti a destinazione. La prospettiva Nevky era tutta innevata e sembrava la scena di un’opera teatrale appena aperta dal sipario pronta per la recita. Era la prima volta in vita mia che la neve non mi faceva sentire a casa.
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