L’aquilana Sabrina Prioli e la forza di tornare in Africa dopo il trauma della violenza

La 50enne cooperante internazionale era in Sudan quandò scoppiò la guerra civile Ora ha scritto “Il viaggio della Fenice”, libro testimonianza con cui provare a rinascere
L'AQUILA. Ricordi come sale su ferite. Cicatrici e brandelli di pelle e anima: basta un nonnulla e tornano a sanguinare. Gli occhi scuri dei soldati accesi di furore e bramosia, grida, strazio, percosse, in un angolo di mondo, nel profondo Sud-Sudan, dimenticato da Dio e dagli uomini. Dove povertà e dolore hanno le sembianze di donne e bambini a piedi scalzi, nella terra fangosa. Immagini sbiadite che tornano, prepotenti, a rimarcare il passato.
Sabrina Prioli, 50 anni, aquilana, cooperante internazionale e professional life coach, era lì il 7 luglio 2016, quando è scoppiata la guerra civile tra le truppe governative di Salva Kiir e quelle di opposizione di Riek Machar, i due leader che si contendono il comando di un Paese poverissimo, non pacificato, dilaniato da scontri tribali. Ingaggiata dall’agenzia statunitense Usaid per una missione di sei mesi. L'11 luglio, dopo giorni sotto le bombe e le mitragliatrici, i soldati governativi fanno irruzione nel compound di una compagnia inglese certificata dalle Nazioni Unite, dove Sabrina è ospitata insieme ad un centinaio di persone. E accade l'irreparabile. Violentata per cinque volte, picchiata a sangue dai suoi aguzzini. Come lei altre donne, inermi.
È un racconto dal ritmo lento, quello di Sabrina Prioli. Interrotto da lunghe pause, non riconducibili solo ai collegamenti telefonici a intermittenza, che vanno e vengono, tra l'Italia e l'Africa. La voce s'incrina a tratti, si spezza in gola, rotola su accenti e metafore per descrivere "l'incidente". Lo chiama così: ore di violenza fisica e soprusi, senza pietà alcuna. Ogni donna presente nel compound ha subìto dalle cinque alle quindici violenze sessuali, da soldati diversi. «Allo scoppio del conflitto non ci è stato assicurato un corridoio umanitario, neppure dalle Nazioni Unite», racconta, «siamo rimasti isolati nel compound, in contatto costante con l’Ambasciata americana e la Farnesina. Al quarto giorno di conflitto i militari governativi hanno fatto irruzione entrando da una finestra rotta. L'inferno. Dapprima hanno saccheggiato tutto, poi sono passati alle torture e alle percosse. Parte dei cooperanti è stata evacuata dalla National Security. Non le donne: il loro naturale prolungamento del campo di battaglia».
Sabrina ha scelto di raccontare in un libro le ferite che le attanagliano il cuore. Morsi di dolore furente tornano all'improvviso, rigurgiti di un passato difficile da archiviare. È nato così il memoir "Il viaggio della Fenice", edito da Amazon, pubblicato a giugno 2020. Un libro-testimonianza che tratteggia l'altra Sabrina. La Fenice, appunto.
«Per uscire dalle sabbie mobili in cui mi avevano gettata dovevo gridare al mondo la mia sofferenza. In quei momenti sono morta dentro», dice, «è come se avessi avuto un corto circuito, l'unico modo per sopravvivere. Ho pensato più volte che non ce l'avrei fatta, quando mi hanno torturata con una bomboletta spray: la bocca aperta a forza per spruzzarmi in gola sostanze nocive. Violentata e percossa, come una preda in gabbia. Lo spettro di me stessa».
Ci vuole coraggio a raccontare, ci vuole coraggio ad ascoltare. È la filosofia di Sabrina. Mi armo, allora, di audacia per chiederle se ha perdonato i suoi aguzzini. «Non c'è perdono senza giustizia», risponde sommessamente, «il dolore per il crimine commesso è troppo grande. Dentro porto una fine e una rinascita: in quelle ore la Sabrina di prima è scivolata in un oblio perenne, indefinito. Annientata, l'anima in mille pezzi».
Per rinascere, come una Fenice, ci sono voluti tempo e sacrificio. Il 6 settembre 2018, la Corte Marziale ha condannato due soldati all’ergastolo, altri otto a pene dai 7 ai 14 anni di carcere. Sabrina, testimone al processo, oggi chiede giustizia e un congruo risarcimento. «Ho parlato per sei ore, rispondendo ad insinuazioni e domande allusive, quasi fossi colpevole», dichiara, «la società inglese proprietaria del compound ha ottenuto 2 milioni e mezzo di dollari. Alle vittime sono stati proposti 4mila dollari, che abbiamo rifiutato. Un adeguato risarcimento è il minimo, per la violenza a cui siamo state sottoposte, per la vita spezzata, le occasioni professionali cancellate. Per il modo in cui la nostra dignità è stata spazzata via. L'indifferenza, il silenzio del Governo italiano sulla vicenda, sono un nuovo colpo inferto».
Sabrina è tornata in Africa, senza paura. «Non mi stancherò mai di aiutare donne e bambine vittime di violenza fisica e psicologica. Di dare voce a chi non ne ha. In mezzo al buio brilla sempre una luce, se si va alla scoperta delle proprie forze. È la luce della libertà, del riscatto dai soprusi, dalle oppressioni e dalla ingiustizie».
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