L’arazzo raffinato della vita nelle nuove liriche di Alleva

CAMPLI. Il poeta Alleva, voce limpida e appartata, scrive un libro più o meno ogni dieci anni. Un particolare non trascurabile e meritorio in un panorama letterario in cui autori grafomani sfornano...
CAMPLI. Il poeta Alleva, voce limpida e appartata, scrive un libro più o meno ogni dieci anni. Un particolare non trascurabile e meritorio in un panorama letterario in cui autori grafomani sfornano un libro all’anno, a volte anche meno. E dov’è, in quel caso, il tempo dell’ispirazione, della ricerca, del cesello? Ecco, Antonio Alleva, da Nocella di Campli (Teramo), classe 1956, quel tempo se lo prende tutto e oltre, e quando finalmente porta in libreria una nuova raccolta di versi si è sicuri di avere di fronte un piccolo gioiello.
Come la recente silloge “Ultime corrispondenze dal villaggio”, pubblicata da Il Ponte del Sale (pagine 93, €14), con una tavola dell’artista Fausto Cheng. Alleva è un poeta felicissimo ma riluttante all’agorà, almeno a dar ascolto a quanto scrive nelle prime pagine rivolgendosi all’amico e poeta Raymond André (pseudonimo di Remo Di Vitantonio, morto nel 2010), chiamandolo Henrì: «Ecco, come vedi anche per me è arrivato il terzo libro. In cuor mio ho tifato ardentemente per i disguidi, le proroghe, i ritardi. Ma tant’è: ora benedicili pure tu, da lassù, questi altri figli irreversibili». Preceduto dall'opera di debutto “Le farfalle di Bartleby” (Tracce, 1998), vincitrice nel 1999 del Camaiore, e dalla silloge “La tana e il microfono” (Joker, 2006), questo “Ultime corrispondenze dal villaggio” conferma la qualità della ricerca poetica dell’autore. Dal microcosmo di Nocella e partendo dall’apparente semplicità del quotidiano Alleva riflette sulla complessità della vita e dei sentimenti. Riflessioni affidate a un linguaggio semplice e complesso al tempo stesso, attento al suono delle parole e al ritmo del verso. La sua poesia è intensa e strutturata, è affettuosa e, sul piano formale, raffinata. Alleva affronta temi e messaggi anche forti con un linguaggio composito, intessuto di parole astratte, parole concrete, onomatopee, rielaborando e piegando il lessico della quotidianità, quello dei media e i prestiti linguistici alle esigenze ritmiche e simboliche. Nel cuore del libro, a ribadire la centralità della piccola comunità d’origine, c’è una raccolta minima di poesie in dialetto, “Li chjacchjarate ‘nghe Batine” (Le chiacchierate con Sabatino), brevi composizioni affiancate dalla traduzione letterale e dalla versione in lingua. Sono poesie, appena venate di nostalgia, che parlano di amicizia e del piacere segreto di starsene lontano dalla festa, seduti sulle scalette della chiesa o su un muretto accanto a un bel filare di pomodori.
Anna Fusaro