L’avventurosa storia dell’archeologia nella Marsica

8 Luglio 2020

Un saggio di Emanuela Ceccaroni funzionaria della Soprintendenza d'Abruzzo racconta gli scavi e le scoperte a partire da un viaggio di due studiosi nel 1834

La Marsica, grazie agli scavi iniziati nel 1949 ad Alba Fucens e successivamente estesi, sotto la direzione della Soprintendenza, ad altri importanti siti, come Angizia, Marruvium, Amplero, può vantare oggi un patrimonio archeologico che non ha eguali. E che tutti possono conoscere e ammirare. Ciò grazie all'iniziativa "Archeologia a chilometro zero", avviata nel 2016 da Emanuela Ceccaroni, funzionaria della Soprintendenza archeologia, belle arti e paesaggio d'Abruzzo, che si propone di avvicinare a questo affascinante mondo più persone possibili, organizzando visite guidate e gratuite.
Ora la stessa Ceccaroni ha pubblicato un libro dal titolo "Dalle antichità marsicane all'archeologia della Marsica", Edizioni Kirke, in cui dà conto dell'attività svolta da Soprintendenza, università ed enti di ricerca, delle scoperte fatte e dei reperti venuti alla luce. Per dare la misura degli enormi progressi fatti dall'indagine archeologica nella Marsica, a partire dalla seconda metà del Novecento, la Ceccaroni raffronta l'attuale situazione con quella emersa da due importanti ricerche condotte nell'Ottocento: una da due studiosi di Tagliacozzo, il barone Alessandro Mastroddi, architetto, e Vincenzo Mancini, letterato e poeta latino, e l'altra da don Andrea Di Pietro, canonico e teologo della cattedrale dei Marsi.
Mastroddi e Mancini, nell'ottobre del 1834 furono incaricati dal consiglio provinciale dell'Aquila di fare il punto dei reperti archeologici rinvenuti nel territorio della Marsica. Sei mesi dopo, i due studiosi inviarono all'Intendenza dell'Aquila una dettagliata relazione del lavoro svolto. E' un documento di straordinaria importanza che ci consente di conoscere i reperti casualmente venuti alla luce prima del prosciugamento del lago.
Durante il viaggio, iniziato a Tagliacozzo e concluso a Carseoli (l'antica Carsoli), Mastroddi e Mancini vennero a conoscenza di numerose lapidi, alcune delle quali di particolare importanza, come quella ritrovata a Luco dei Marsi qualche anno prima, che ha consentito di dare un nome all'antica città di cui erano ben visibili le rovine. La città si chiamava Angizia. Era stata distrutta in parte dal lago e in parte dai terremoti. A Trasacco rimangono colpiti dalla presenza di moltissime urne sepolcrali di pietra.
A San Benedetto dei Marsi, l'antica Marruvium, si trovano di fronte due altissimi Mausolei a forma di piramide, esistenti ancora oggi e denominati "Morroni". Notano, oltre ai ruderi dell'anfiteatro e del teatro, sei colonne di marmo, due leoni anch'essi di marmo, e pilastri con "intagli bellissimi". A Pescina rimangono indignati del trattamento riservato a una "colossale statua di marmo di Ercole". Ritrovata qualche anno prima, senza testa, era stata trasportata nel cortile della villa del barone Tomassetti, dove la vedono rovesciata al suolo. Ad Alba, notano l'anfiteatro e la cinta muraria poligonale. L'antica colonia romana è ancora sepolta. Mastroddi e Mancini propongono che vengano eseguiti scavi, finanziati dal governo, per riportare alla luce non solo Alba, ma anche Angizia, Marruvio e Carseoli. Dovrà passare oltre un secolo prima che si desse loro ascolto.
La ricerca di don Andrea Di Pietro fu pubblicata nel 1869 col titolo "Sulle principali antichità marsicane". In essa il religioso, oltre a occuparsi ampiamente di Marruvio e di Alba Fucens, si sofferma sulla città di Milonia, nel sito dell'attuale Ortona dei Marsi, e sull'Asylum dei Marsi, cioè il luogo, nei pressi di Aschi, dove trovavano asilo i perseguitati. Una ristampa anastatica dell'opera è stata, ora pubblicata in appendice al libro della Ceccaroni.
La ricerca archeologica nel Fucino, avviata con gli scavi di Alba, prosegue ancora. In mancanza di un Museo, però, i reperti finiscono altrove o ammassati nei depositi della Soprintendenza. Tra le scoperte più significative: i resti del nostro antenato più antico - l'uomo marsicano - rinvenuti dall'archeologo Antonio Radmilli, nella Grotta Ciccio Felice, ad Avezzano; il villaggio palafitticolo di Celano; i dischi di bronzo ornamentali in sepolture femminili - ritenuti in precedenza dischi-corazza maschili- ad Avezzano; un pozzo ad Alba, con centinaia di reperti in legno, ben mantenuti; la necropoli romana, con 260 sepolture, a Celano.
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