L’avvocato di Matteotti La vita coraggiosa di Galliano Magno

Il libro sul legale di Orsogna che in corte d’assise a Chieti difese la famiglia del deputato ucciso da squadristi fascisti
PESCARA. «Questo è un processo burla», urlava l’avvocato Pasquale Galliano Magno di fronte a quel manipolo di magistrati del regime fascista schierati dalla parte degli assassini di Giacomo Matteotti. Tra le pieghe di un procedimento di facciata, passato alla storia come «la beffa di Chieti» poiché fu Mussolini stesso a scegliere la città camomilla d’Italia, borghese e abitudinaria, come sede per suggellare una sentenza scontata, viene a galla il profilo di un uomo che non ha mai rinnegato le proprie idee democratiche. Non si è mai nascosto dietro le parole l’avvocato antifascista che, tra la fine del 1925 e l'inizio del 1926, accettò senza pensarci un attimo la difesa della vedova Velia Matteotti. Una scelta coraggiosa e dolorosa, nonostante le botte e le percosse che segnarono il resto della sua vita. «Morì nel 1974 sulla sedia a rotelle: ebbe problemi di deambulazione, i suoi muscoli si erano indeboliti, probabilmente anche a causa delle ferite», racconta la nuora, Marina Campana, moglie del figlio Carlo, che da anni si batte per non disperdere la sua eredità. Il desiderio silenzioso di giustizia, la libertà intellettuale mai urlata, la ricerca continua del confronto che si contrappone allo scontro. Tutti aspetti tratteggiati nel libro “L’avvocato di Matteotti, Pasquale Galliano Magno” a cura di Claudio Modena presentato ieri sera a Pescara (si legga l’articolo qui a fianco).
Una ricostruzione analitica, attraverso la corrispondenza con la vedova del deputato socialista, rapito e ucciso dai suoi avversari politici, il 10 giugno 1924 a Roma. La donna chiede al suo avvocato di intercedere con la Corte per chiedere la restituzione degli oggetti che erano appartenuti al marito. Si parla di una falangetta che «il rispetto mai negato alla pietà famigliare impone di consegnare alla famiglia del defunto e a questa sola». Ma anche della tessera ferroviaria, una ciocca di capelli, la giacca e i pantaloni «compresa la manica strappata» e la lima ritrovata accanto al cadavere nella fossa della Quartarella. La corrispondenza si alterna agli episodi degli anni successivi al processo-farsa di Chieti, quando Pasquale Galliano, nato a Orsogna nel 1896, nipote del notaio Giuseppe Magno, segretario particolare di Francesco Saverio Nitti, fu costretto a lasciare il palazzo Tella di Chieti per trasferirsi in un appartamento in affitto a Pescara. Un’umiliazione per un matteottiano di ferro. «Camminava da solo per le strade di Pescara», racconta la nuora. «Era ritenuto un sovversivo e veniva controllato tutti i giorni. Rifiutò di farsi pagare per quel processo: ne fece un punto d’onore».
Pasquale Galliano Magno fu colpito più volte dagli squadristi del regime, ma non riuscirono mai a imporgli il silenzio. Persino durante il processo già scritto, a cui Titta Velia rifiutò di partecipare, contestò pubblicamente l’operato servile dei magistrati, colpevoli di aver respinto perfino l’istanza per ottenere la restituzione degli effetti personali della vittima. La vedova donò al suo difensore la penna stilografica che Giacomo Matteotti usava quotidianamente. «La custodiamo con cura», dice Marina Campana, «mio marito ricorda sempre di quando suo padre riceveva gli amici più cari: tirava fuori la penna e raccontava la sua storia». Personalità tutta d’un pezzo, quella dell’avvocato Galliano Magno. Socialista del fare, secondo il pensiero di Turati, negli anni della ricostruzione post-bellica si occupò degli acquedotti dell’Avello e di Val di Foro. Fu commissario governativo delle ferrovie elettriche abruzzesi, presidente del Comitato di liberazione nazionale, viceprefetto e promotore della fusione tra Psi e Pci. Nella sede provvisoria di Pianella, si dice che passò mesi a firmare permessi e a convincere gli sfollati a fare rientro a Pescara, scongiurando il rischio di uno spopolamento. La storia, mitigata dalla memoria, racconta di un uomo che non segnalò mai il nome dei nemici da epurare, neanche di coloro che lo avevano malmenato. «Credeva nel dialogo e nell’onestà intellettuale», conclude la nuora. Ed è forse anche per questo che Galliano Magno fu scelto come amministratore dei beni dell’onorevole Acerbo. Quest’ultimo, quando nel 1951 fu riabilitato, ritrovò il suo patrimonio intatto.
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