L’epistolario tra l’ergastolano e il giudice che lo condannò

3 Febbraio 2024

La pièce “Fine pena ora” domani allo Spazio Nobelperlapace di San Demetrio

SAN DEMETRIO NE' VESTINI. Torino, 1985, inizia il maxi processo alla mafia catanese, 242 imputati, il presidente della Corte d’Assise è Elvio Fassone, tra gli imputati, Salvatore (un nome di fantasia) che sarà condannato all’ergastolo. L’incontro di due storie vere, completamente diverse l’una dell’altra e opposte, che trovano un punto di unione: da qui nasce Fine pena ora, che sarà in scena domani allo Spazio Nobelperlapace di San Demetrio ne’ Vestini alle ore 18, nell’ambito della XVIª rassegna Strade.
Lo spettacolo è la trasposizione teatrale dal libro omonimo del giudice Fassone, che racconta la corrispondenza epistolare durata trentaquattro anni tra lo stesso presidente della Corte, ex componente del Consiglio Superiore della Magistratura, e uno degli imputati. Una storia realmente accaduta, dove l’autore ricostruisce il quarantennale rapporto con quell’uomo che ha condannato senza abbandonarlo.
«Questa storia ci insegna che un punto di incontro esiste sempre, anche tra mondi distanti e impossibili. Il filo del dialogo esiste sempre. Questa è in fondo la vera ragione per cui ho creduto così tanto in questo lavoro», spiega Simone Schinocca, regista dello spettacolo. «Focus centrale dell’adattamento è il racconto dell’incontro umano tra il Presidente e Salvatore. Due mondi apparentemente inconciliabili, opposti e contrapposti che in trentaquattro anni di corrispondenza diventano punto di riferimento l’uno per l’altro».
Oltre alla messa in scena del libro, la drammaturgia dello spettacolo è frutto di una serie di interviste a Fassone, dove l’autore ha raccontato l’evoluzione della sua amicizia con Salvatore negli anni successivi alla pubblicazione del libro. Tutto nasce dal modo in cui il giudice Fassone gestisce il processo: alla fine di ogni udienza incontra gli imputati per le necessità della vita e Salvatore chiede di poter andare a visitare la madre. Il giudice lo concede e decide che all’imputato vengano tolte le manette al momento dell’incontro. Questo atto di fiducia, di rispetto della dignità, crea un primo legame e da lì inizia un rapporto umano.
Tre gli attori in scena, Salvatore D’Onofrio, Costanza Maria Frola e Giuseppe Nitti. Il pubblico viene proiettato nella cella di Salvatore (interpretato da Salvatore D’Onofrio), ormai cinquantacinquenne che ha già scontato oltre trent’anni della sua pena e che sente di non riuscire più a sostenere una vita in carcere senza possibilità di uscita. Come si può placare una condanna del genere? Con delle lettere e un’amicizia inaspettata. Fassone accompagna l’ergastolano in tutte le vicende della sua vita, nei suoi cambiamenti, lo accompagna nel suo dolore, mostrandogli anche la strada per la speranza. Lo spettacolo parla alle nostre vite e diventa messaggio universale, perché uno spazio di umanità, di possibilità e di speranza è sempre possibile, anche quando tutto sembra dirci il contrario.