L’eredità di Ada d’Adamo a “Storie”: se un apostrofo può cambiare una vita

La scrittrice Elena Stancanelli racconta l’autrice di “Come d’aria” scomparsa il 1° aprile scorso ma ancora in corsa per il Premio Strega
“Ada d’Adamo, l’eredità in un libro”. È il titolo della puntata di “Storie - Le Emozioni della Vita”, programma di Rete8 in collaborazione con il Centro, in onda stasera alle ore 21 per la regia di Antonio D’Ottavio. D’Adamo è l’autrice di “Come d’aria”, libro in semifinale al Premio Strega. Originaria di Ortona, d’Adamo è morta il 1° aprile scorso all’età di 55 anni per una malattia. Da ragazza aveva lasciato Ortona perché se la sentiva stretta: «Roma», racconta nel suo romanzo, «mi aveva accolto stringendomi nell’abbraccio dell’anonimato e io mi ci ero accomodata, nascondendomi tra le sue pieghe, finalmente libera di confondermi tra la folla della grande città. Qui non ero più “la figlia dell’Hotel Mara”, come mi chiamavano in paese, e già questo era un grande sollievo». Scrittrice, ballerina e mamma di Daria, una ragazza disabile che oggi ha 17 anni. Il libro racconta la vita spietata e meravigliosa intorno al rapporto madre-figlia. È stata Elena Stancanelli, scrittrice e sceneggiatrice, autrice de “Il tuffatore”, “Venne alla spiaggia un assassino”, “La femmina nuda”, a proporre “Come d’aria” al Premio Strega.
Perché si è innamorata di questo libro?
«È un innamoramento per niente irrazionale: un libro straordinario nel senso letterale del termine, fuori dall’ordinario, un libro che racconta quasi l’irraccontabile: un dolore immenso, una vita molto dura ma con una grazia e un’intelligenza e, contemporaneamente, anche una ferocia e una spietatezza che raramente ho incontrato nella letteratura».
Per spiegare quanto è bello questo libro, lei ha detto: “Leggetelo”. Invitare una persona a leggere un libro che ci ha colpito è una forma d’amore?
«Lo è soprattutto in questo caso perché, essendo un libro che ha per tema una madre con un figlio disabile, una madre che a sua volta poi contrae una malattia, si potrebbero avere delle riserve, prendere una distanza e dire: “Questo libro faccio fatica a leggerlo perché è troppo doloroso”. Il mio invito è rivolto proprio a chi ha una reazione così: superate il vostro imbarazzo di fronte al dolore degli altri perché il modo in cui questo dolore viene raccontato è una porta che si apre incredibilmente».
Raccontando questo libro, lei ha detto che ha una voce: che voce è?
«Ha la voce di una donna che ha attraversato l’esistenza senza avere sconti, l’ha attraversata con un corpo che prima era quello di una ballerina e poi è diventato il corpo di una donna malata. Raramente si incontrano libri che parlano come questo della vita».
Riprendo ancora le sue parole: lei ha detto che Ada d’Adamo «era la persona di cui tutti si fidavano, per la precisione, l’intelligenza e la grazia»: che ricordo ha di lei?
«Non era una mia amica, siamo state conoscenti e siamo diventate più unite con questo libro, un libro che ho seguito e stimolato fin dall’inizio. Non c’entra niente l’amicizia con l’affetto e il rispetto che provo verso questo libro: è il libro, non è Ada. Era una donna seria, schiva, una ballerina, quindi, di una precisione assoluta».
Ada d’Adamo ha presentato il suo libro a Pescara pochi giorni prima di morire: ha visto quella presentazione?
«Ho presentato il libro di Ada d’Adamo a Roma, una decina di giorni prima della sua ultima presentazione: Ada non stava bene però ci ha sempre tenuto fuori dalla sua malattia. Era una persona elegante ed è stata sempre elegante anche nel modo in cui si poneva fisicamente: è stata così fino a due giorni prima del suo ultimo giorno. La fatica che Ada ha fatto nei suoi ultimi giorni è legata al bisogno che aveva che questo libro andasse nel mondo. È stata la sua eredità e aveva a cuore che questa eredità non andasse perduta: per questo si è sforzata fino all’ultimo di porgercelo nella maniera migliore».
Lei ha detto che Ada d’Adamo scrive sotto il segno di due divinità: lucidità e amore. Come si fa a tenere insieme queste due cose così distanti?
«Ancora una volta mi verrebbe da dire “leggetelo” perché così si capirebbe tutto. Nel caso di “Come d’aria”, queste due divinità sembrano guardarsi in faccia e percorrere lo stesso cammino. Forse, dipende dal fatto che l’esistenza di Ada sia stata così accidentata ma tutto ciò ha permesso la realizzazione di un diario dell’esistenza nell’esistenza: questo è un libro che affonda con un’esattezza realissima dentro le cose della vita ed è per questo che è una lettura che consiglio a tutti, in prima battuta anche a chi è spaventato dalla malattia».
In un articolo per la Stampa lei ha scritto che «non c’è pagina, non c’è frase dentro questo libro che non travolga per forza e pietas»: quale parte del libro l’ha travolta di più?
«Sono molto appassionata alla prima parte del libro nella quale lei racconta la scoperta della disabilità della figlia che è avvenuta per colpa dell’imperizia di alcuni medici che non si sono accorti che aveva una malformazione molto grave: Ada accoglie con rabbia e amore la notizia di questa bambina di cui lei dovrà farsi carico».
Il libro finisce con questa frase: «Finirò col disciogliermi in te? Sono Ada. Sarò D’aria…». Nella mente, lei che immagine si disegna?
«Conosco Daria, la figlia di Ada, e quando leggo questa frase penso al sorriso di Daria. Adesso ha 17 anni, è grande ma per certi versi è ancora una bambina. Quando penso a quel dissolversi, penso proprio al sorriso di Daria».
Questo libro ci ricorda anche l’importanza delle piccole cose. Per esempio, un apostrofo, quante cose può cambiare?
«Un apostrofo è un abbraccio, quante volte nel libro Ada dice che una carezza, un abbraccio, il rispetto e il comportamento degli altri avrebbero potuto aiutarla. È un libro in cui una persona che attraversa tante difficoltà dice: forse se ogni tanto ci fermassimo ad ascoltarci un pochino di più eviteremmo tanta sciatteria, a partire dalla sciatteria esistenziale delle persone. Ada ci ricorda quanto l’attenzione e il rispetto per gli altri siano importanti».