L’eroe Andrea Bafile, quando il sacrificio di sè è un percorso di vita

4 Maggio 2022

In un libro il filosofo Mario Palmerio risponde a una domanda: che cosa ci insegna la morte di questo militare-galantuomo? 

GUARDIAGRELE. L’uomo prima dell’eroe. E la constatazione che non è nel gesto, istantaneo e strepitoso allo stesso tempo, che si misura la statura morale di una persona, ma dalla coerenza con il proprio percorso di vita e con la propria esistenza. Su questa base di partenza si muove lo studio sul pluridecorato tenente di vascello della Regia Marina, Andrea Bafile, (Monticchio di Bagno, L’Aquila, 7 ottobre 1878 – Cortellazzo, Jesolo, 11 marzo 1918) medaglia d’oro al valor militare alla memoria, condotto da Mario Palmerio, filosofo e pedagogista, già sindaco di Guardiagrele dal 2005 al 2010, con il volume “Andrea Bafile, ovvero l’eroismo come dono di sé” (Eurografica srl, 2022).
In 98 pagine, Palmerio non si sofferma soltanto sul racconto storico di Bafile, anche se arricchito di ulteriori particolari sul gesto eroico del militare aquilano sepolto, dal 20 settembre 1923, nella grotta-sacrario della Maiella a Bocca di Valle di Guardiagrele, ma cerca di rispondere a una domanda che rimbalza quasi in ogni paragrafo del suo lavoro: che cosa ha da dirci ancora questo “sacrificio”? Un invito a riflettere anche alla luce della guerra tra Russia e Ucraina: tutti possono essere eroi, ma non tutti poi sono in grado di fare la differenza. E poi l’eroismo, se non fosse stato per questo conflitto europeo e vicino, sarebbe passato come un concetto demodé, in un’epoca in cui si fanno di tutte le erbe un fascio, in cui nessuno è colpevole e innocente, e con la storia che viene rimossa anche dalla scuola. Tuttavia c’è ancora spazio per un nuovo eroismo.
L’ALTRO AL PRIMO POSTOMa torniamo al capitano aquilano. Ebbene, «Bafile», scrive Palmerio, «esibiva un eroismo diverso da quello di Gabriele D’Annunzio che pur si dichiarò suo “fratello d’Abruzzo”. Le caratteristiche del suo gesto – un superiore che muore nel tentativo di salvare un suo sottoposto – mi hanno sempre detto che, prima di essere eroe, era un galantuomo, che viveva una determinata visione del mondo e questa andava, perciò, ricostruita e conosciuta». Da qui l’analisi di Palmerio al quale interessa conoscere il “prima” dell’evento tragico, e individuare la “lettura” in cui il gesto è incardinato. «Un grumo di allegorie, metafore e immagini, giocato sull’equivalenza famiglia-organismo-patria, con gli ovvi corollari del legame di sangue, del senso dell’onore, della necessità del sacrificio, Andrea Bafile ha respirato tra le pareti di casa; l’ha rafforzato e giustificato a livello cognitivo a scuola; l’ha verificato», scrive Palmerio, «alla luce degli eventi e nel confronto con i popoli presso i quali lo hanno portato alle sue missioni, l’ha vissuto nella carne in trincea, sul Piave. Operare a vantaggio degli altri era per lui, dunque, naturale. Quando il 23 aprile 1913, sulla nave Quarto si sviluppa un incendio che rischia di far saltare la santabarbara, si fa calare nella stiva e apre i tubi di allagamento. Non lo fa perché è audace o perché cerca il bel gesto. Fa quel che deve fare ogni uomo o soldato che sente e vuole vivere effettivamente il vincolo di “sangue” e di “fratellanza” che lo lega agli altri. Nel 1918, quando nella notte del 10 marzo (quella della morte, ndr) si avventura in ricognizione tra i canneti del Piave, conosce i pericoli che corre, ma, in coerenza con quanto aveva scritto alla madre («è il mio dovere di cittadino e di soldato che voglio fare fino in fondo»), obbedisce a un imperativo morale. Un cittadino e soldato è cittadino e soldato perché sente il legame organico che lo connette a una comunità, ma soprattutto quando lo rende effettivo, lo attualizza nel suo comportamento. È allora che diventa momento vivo di una Patria che gli dà sostanzialità e verità».
UMILTÁ E ASCOLTOLa missione sul Piave era compiuta, la ricognizione anche, ma Bafile scopre che gli manca un uomo e torna indietro, da solo, a cercarlo: un medagliato che rischia la vita per un soldato! Qual è la motivazione profonda, si chiede Palmerio, che spinge Andrea a tornare indietro? Ecco che per Palmerio «l’amore vero è discensivo, cancella le posizioni e i ruoli, è attento al valore della persona». Da qui la domanda-leitmotiv del volume: «Che cosa oggi Andrea Bafile ha ancora da dirci?». «Quel che permane di valido nel suo gesto, a cento anni di distanza, e assume un valore assoluto non è l’audacia esibita nell’affrontare il pericolo, ma per avere assunto tre decisioni assurde: è soddisfatto di diventare capitano ma rinuncia al grado per tornare in trincea; occorre investigare sull’altra sponda del Piave: non ordina ad altri di andare, come fanno tutti, ma si propone volontario, soldato semplice tra i semplici; infine, a missione compiuta, quando potrebbe limitarsi a stendere una relazione e godere del successo conseguito, torna indietro e da solo a cercare un subalterno disperso». Dunque, per Palmerio, il gesto di Bafile, «non esaurisce il suo significato in essi, travalica il tempo e ci parla, ci parlerà domani, perché ci presenta una dissonante esperienza di progressiva “discesa” e “riduzione”, di uscita dai vincoli di gruppo e di ruolo, che fa riemergere in lui l’umiltà della universale condizione umana e lo predispone all’ascolto dell’altro e al dono gratuito di sé. In questo consiste l’eroicità del suo gesto».
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