L’occhio di Fontana «Con la fotografia rendo visibile l’invisibile»

L’artista racconta le sue opere in mostra a Pescara «La creatività non illustra ma ricerca la verità ideale...»
di Domenico Sanguedolce
Brillano i paesaggi di Fontana, campi che diventano campiture, tagli urbani che ammiccano a composizioni costruttiviste, in un dialogo tra geometria e natura dove il colore prende anima e indica nuovi sentieri estetici. Sono 130 le opere fotografiche di questo maestro dell'obiettivo e dello sviluppo a colori che fanno bella mostra di sé al Museo Colonna di Pescara fino al 6 settembre. «Un'antologia di opere che copre il 90% del mio cammino fotografico», racconta l'autore, «una sintesi del mio lavoro espressa anche nel bel catalogo (edito da Marsilio, ndr) che accompagna le tappe della mostra, ora a Pescara dopo Venezia e Roma».
Full Color è una grande retrospettiva, curata da Denis Curti, che dichiara l'inconfondibile linguaggio visivo di Franco Fontana, modenese, 82 anni, il fotografo italiano più conosciuto a livello internazionale, grazie a una carriera espositiva che può contare più di 400 mostre e 40 volumi pubblicati, oltre ad una serie di riconoscimenti in tutto il mondo. Per lei fotografare è un fatto di coscienza.
Quando ha scattato la prima foto con coscienza?
«Ho cominciato negli anni '60, con i paesaggi, e da lì ho capito che il mio obiettivo non era illustrare la realtà ma far sì che potesse esprimere un significato, che le forme sapessero registrare un pensiero. Ho affrontato la fotografia a 360 gradi, dai paesaggi naturali o cittadini ai nudi femminili fino ai ritratti, ma la foto resta sempre un pretesto per la conoscenza e ognuno può trovarci quello che si porta dentro».
Ha detto che la foto non deve documentare la realtà ma interpretarla.
«Certo, la realtà ce la abbiamo tutti intorno ma è chi fa la foto a decidere cosa vuole esprimere, è un po’ come un blocco di marmo, ci puoi tirar fuori un posacenere o la Pietà di Michelangelo».
Oppure l'ormai storica foto di Baia delle Zagare. Era il 1970, i fotografi pensavano in bianconero, perché scelse di far muovere i colori della realtà con la fotografia?
«Sono stato uno dei primi in tutto il mondo a schierarmi a favore del colore, ero considerato un eretico allora, ma lo ritenevo un passo decisivo per il mio stile, anche se ero conscio di tutte le difficoltà rispetto al bianconero. Esprimersi con il colore è molto più difficile. Con il colore registri una realtà, ma devi fare vedere quella realtà in modo diverso da quella che è. Mentre il bianconero crea di per sé una certa suggestione, il colore se non lo reinterpreti con un'ulteriore tavolozza non può esprimere creatività».
Cos'è la creatività, Fontana?
«La creatività non illustra, non imita, ma interpreta diventando la ricerca della verità ideale».
E quindi cos'è la fotografia creativa?
«È quella che non riproduce ma interpreta rendendo visibile l'invisibile. Anche se l'invisibile non è il contrario del visibile, perché anche il visibile ha in esso un velo sottile di invisibile e l'invisibile è la contropartita segreta del visibile».
Che ruolo gioca la scelta della fotografia a colori?
«Credo che la creatività con l'aiuto del colore anche in fotografia non è sinonimo di creazione arbitraria ma di un movimento che genera vita e non sofferenza, con valenza positiva per tutti. Il colore è anche sensazione fisiologica, interpretazione psicologica emozionale, modo e mezzo di conoscenza ed è per questo che lo ritengo fondamentale soprattutto nella fotografia».
Cosa rappresenta la fotografia nella sua vita?
«Né un mestiere né una professione, è la realtà della mia vita, dopo gli affetti della famiglia e dell'amicizia. Fotografare è un atto di conoscenza, dicevo, fotografare è possedere. Quello che si fotografa non sono immagini ma è una riproduzione di noi stessi, così come quando fotografo un paesaggio è il paesaggio che entra in me e si fa l'”autoritratto” per esistere al meglio».
Come è cambiato il mondo dei fotografi oggi?
«Oggi è cambiato tutto, è cambiato l'approccio alla fotografia, non la si affronta più come prima, quando era specialmente ricerca, oggi sono tutti fotografi, ci manca solo che scattino immagini con le biro. E gli allievi vogliono diventare maestri prima di essere fotografi. Col digitale la foto è diventata più facile da fare ma molto più difficile da esprimere. Il punto resta sempre quello, far sì che la foto esprima qualcosa oltre immagine, ovvero il tuo modo personale di significare la realtà, attraverso il tuo stile».
“Full Color” sarà per 4 mesi a Pescara. Nel 2012 il festival di fotografia “Loretoview” ha ospitato una sua personale a Loreto Aprutino. Che rapporto ha con l'Abruzzo?
«Sono andato e tornato in Abruzzo diverse volte, ho anche un caro amico abruzzese che si occupa di fotografia, Giovanni Tavano. L'Abruzzo ha dei paesaggi straordinari e ne ho anche fotografati alcuni. Ricordo che una volta passai per Campo Imperatore. Era un paesaggio mozzafiato che ammirai, naturalmente, con l'obiettivo».
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