L’Oscar Piovani a Sulmona «Torno felice in Abruzzo, terra di grandi eccellenze»

Il compositore al teatro Caniglia con lo spettacolo “Note a margine” Sul palco anche Cesari (sax), Loddo (contrabbasso), Naso (percussioni)
SULMONA. «Da un po’ di anni mi dedico più agli spettacoli teatrali che al cinema. Credo che il cinema sia la grande arte del Novecento. Il teatro è la grande arte dei recenti millenni. E anche dei millenni prossimi. Sono felice di scoprire che effetto farà “Note a margine” al pubblico di Sulmona domenica prossima. L’Abruzzo, al volo, mi richiama alla mente alcune eccellenze che molto stimo: il maestro Alessandro Cicognini, il maestro Germano Mazzocchetti, Eusebio Di Francesco (ex calciatore ora allenatore, ndc)».
Il maestro Nicola Piovani, in una lunga carriera costellata di successi, ha scritto magnifiche partiture per la scena e per il grande schermo, collaborando con le grandi firme della settima arte e cogliendo innumerevoli riconoscimenti, dal Premio Oscar (per “La vita è bella” di Benigni) ai quattro David di Donatello e altrettanti Nastri d’Argento al Globo d’Oro della stampa estera. Il cinema e il teatro, i due grandi amori del 77enne pianista, compositore e direttore d’orchestra, si sposano nel suo spettacolo “Note a margine” che domani arriva dopo una lunga e applaudita tournée in Abruzzo, al teatro Maria Caniglia di Sulmona (ore 17.30), per la stagione della Camerata Musicale Sulmonese diretta dal maestro Gaetano Di Bacco. Sul palco con Piovani al pianoforte ci saranno Marina Cesari sassofono, Marco Loddo contrabbasso, Vittorio Naso percussioni. Tra ricordi e aneddoti, esperienze di vita tra musica, cinema, teatro, il maestro romano ripercorrerà alcuni degli incontri che hanno segnato cinquant’anni di carriera, da Federico Fellini, ricordato con affetto per le piccole manie e la maestria di regista, ai fratelli Taviani a Vincenzo Cerami, Roberto Benigni, Nanni Moretti, con proiezioni sullo sfondo dei disegni di Milo Manara o di fotogrammi dai tanti film evocati.
Maestro Piovani, perché, come recita il titolo del suo libro, “la musica è pericolosa”?
«Lo diceva Fellini, riferendosi a se stesso. La musica gli faceva paura perché lo commuoveva fortemente, anche se non parla di niente. La musica, si sa, non ha parole, non ha sostantivi, parla di niente, o meglio parla di verità emotive non verbalizzabili. È un’arte pericolosa in senso buono, ci mette spesso a confronto con una parte oscura di noi stessi».
È amato dal grande pubblico soprattutto come autore di colonne musicali per il cinema, oltre duecento, ma la sua attività per il teatro è stata ed è altrettanto significativa. “Note a margine” è una continuazione del suo “Concerto fotogramma” del 2000?
«Il cammino è lo stesso dei precedenti spettacoli. “Note a margine” è uno spettacolo più intimo, più raccolto, forse più essenziale, e un po’ più virtuosistico per gli esecutori. Siamo in quattro, e questo ci dà una maggiore elasticità improvvisatoria. La prima edizione di questo spettacolo, su commissione del Festival di Cannes 2005, era per solo pianoforte, una sorta di racconto fatto a voce, col supporto di alcuni brani che eseguivo da solo. Da allora è molto cambiato: fino a poco fa suonavamo in trio, da poche repliche si è aggiunta la percussione, che ci aiuta molto ad approfondire certi passaggi».
Giovanissimo ha iniziato a scrivere musica per il cinema collaborando con un collettivo studentesco ed entrando in contatto con Silvano Agosti, regista e agitatore culturale con la sala d’essai Azzurro Scipioni. Quanto hanno contato quelle esperienze nelle sue scelte?
«Sono state esperienze fondamentali. Oggi il mondo è molto cambiato e l’aggiornamento ideologico è obbligatorio. Ma le mie idee sono rimaste sempre le stesse, inossidabili. Certo, cambiano con gli anni le ipotesi pratiche, le strade per realizzare quelle idee, ma la visione etica del mondo e del sociale resta salda. Si dice: “si nasce incendiari e, crescendo, si diventa pompieri”. Non sono d’accordo, e poi, io stimo i pompieri più dei piromani. L’importante è non diventare conservatori o, peggio, reazionari».
Il successivo incontro con Marco Bellocchio si è trasformato in un lungo sodalizio. Colloca questo incontro tra quelli decisivi?
«Sì, un incontro decisivo, che mi ha formato profondamente e mi ha lasciato un’amicizia emotivamente preziosa che dura ancor oggi. Non lavoriamo insieme perché abbiamo sviluppato idee diverse sull’uso della musica nel cinema, ma questo in un’amicizia forte e antica è un dettaglio».
Ha scritto musica per tanti maestri. Si riesce sempre ad andare d’accordo?
«A volte la differenza di idee può diventare conflitto. Ma coi registi che sono artisti autentici, che hanno una poetica sincera, l’accordo si trova sempre. Con le mezze calzette è più difficile».
Tra i riconoscimenti ricevuti c'è un premio inaspettato?
«La risposta è facile: l’Oscar. Già la candidatura nella cinquina era stata una sorpresa. Ma la vittoria poi era per me impensabile: ero in competizione con grandi maestri, pezzi da novanta. Nessun musicista italiano l’aveva mai spuntata con un film italiano. E invece… Si sono dovute combinare insieme diverse congiunture astrali per farmi questo regalo».
Ha scritto le musiche degli ultimi tre film di Fellini. Che ricordo conserva del maestro e cosa le ha insegnato quell’incontro?
«Di questo parlo distesamente nello spettacolo: venga a vederlo e poi ne parliamo. Non voglio, come usa dire, spoilerare certi passaggi».
Per la regista abruzzese Caterina Carone ha musicato il film “I limoni d’inverno”, in cui Christian De Sica ha il suo primo ruolo drammatico. È stato difficile trovare una chiave? «La regista mi ha raccontato bene il suo film. Dalle immagini e dalle sue parole è stato facile individuare un piccolo percorso musicale da affiancare alla storia. Ho lavorato in punta di piedi, rispettando il poetico pudore che pervade questo ispirato lungometraggio».