“La colazione” Vite che si incrociano in una notte d’estate

Uno schianto ha segnato il destino della vittima in motorino e dell’attore che l’ha travolta con la sua macchina
Al volante drogato travolge una donna. In cella l’attore delle fiction.
Non riesco a leggere senza che la tosse della signora davanti irrompa fra una riga e l’altra del Corriere, è insopportabile tutto il vociare che ho attorno. L’uomo alla mia destra sta guardando un video sul cellulare, la sua faccia ha un che di ottuso, scorre con la mano sullo schermo e ride come se per un attimo fosse rimasto solo in questa sala colazioni piena di gente. Un incrocio di due vite, una annientata e l’altra distrutta in una notte d’estate. Uno schianto, allo svincolo di Montecorvino Pugliano, ha segnato il destino della vittima in motorino e dell’attore che l’ha travolta con la sua macchina.
L’ultima volta che l’ho incrociato è stato due anni fa. Era la cerimonia di non ricordo cosa, auditorium della Conciliazione, per caso siamo sbattuti uno contro l’altra. Eravamo sgattaiolati fuori, lui prima di me, durante la proiezione del documentario per fumare una sigaretta. C’erano molti tacchi fra l’androne del palazzo e la strada, vestiti lunghi, cravatte, solite parole di circostanza e solite frasi: cosa stai facendo? Io mi sono complimentata con lui per la sua fiction, lui ha chiesto del mio romanzo. Non era trascorso molto tempo da quando avevamo cenato insieme, forse qualche mese. Un amico attore stava cercando di produrre una commedia che ho scritto per il cinema e voleva discutere del cast. Arrivo a casa sua, un palazzo umbertino nel reticolo di stradine dietro al cuore dei Parioli, in leggero ritardo. Non è da me. Loro mi aspettano in salotto con calici e posaceneri. È strano, i ricordi legati al lavoro sono sempre un po’ confusi, sarà che quando sono agitata esagero col vino. Ho in testa solo poche sequenze, la faccia di lui che sorride, allora sei tu? Classiche tiritere sugli uffici stampa che non funzionano e sugli agenti.
La luce al neon e il finto parquet e la marsine sdrucite dei camerieri, tutto qui dentro mi appare deprimente. L’uomo al tavolo accanto ha smesso di giostrare col telefono, recupera il suo borsello e se ne va. Il caffè si è freddato, ne chiedo un altro. Continuo a leggere. L’attore viaggiava a velocità sostenuta sulla sua auto. Ha tamponato lo scooter e ha balzato in aria la conducente, una donna di quarant’anni di origini salernitane. In ospedale è risultato positivo al test antidroga.
Quella sera, a cena, mi ha parlato di Venezia. Un suo film era in concorso al Festival e lui era appena tornato. Ci ha raccontato che a vent’anni, quando studiava al Dams, i suoi compagni di corso organizzavano viaggi rabberciati – traversate in sei su una Panda, ostelli della gioventù – per raggiungere la Laguna e seguire i film in anteprima. Ma che lui si è sempre rifiutato. Voleva mantenersi vergine per trovarsi lì da attore, quando sarebbe stato e se. Ha detto di essersi commosso, subito dopo gli applausi. Sembrava felice, ma in fondo era lì per stupirmi. Convinto, come lo ero io all’epoca, che la mia commedia sarebbe stata prodotta. Tutto teso a dire la cosa giusta. Chi lo sa. Gli attori fingono, sono bravi a farlo.
Agli agenti che lo scortavano in cella è riuscito a dire solo questo: non l’ho vista. La vittima viveva col padre e lavorava in uno studio legale. Stava tornando da una festa, una delle prime a cui aveva deciso di partecipare dopo la morte della madre, un periodo difficile durante il quale trascorreva le serate davanti alla televisione. Forse le era capitato di guardare anche quell’attore che l’ha uccisa.
Ultimamente i giornali sono infarciti di retorica.
Non c’è più nessuno qui dentro.
Una cameriera che sparecchia e una donna che legge il suo I-Pad.
Sono io quella donna, ma è come se adesso avessi sollevato gli occhi sopra la stanza e riuscissi a guardarmi dal di fuori. Non è solo Genova a sembrarmi estranea, anche gli odori. Uova fritte, bacon, deodorante per ambienti al muschio bianco. Indosso il vestito che portavo a cena, la prima cosa che ho afferrato nella fretta di scendere al piano terra, sulla manica c’è una macchia di vino. Stavamo discutendo di sogni, ieri sera. Sono a arrivata col treno delle cinque, Jacopo mi ha chiesto di raggiungerlo da Douce. La processione del Santo Patrono è finita sulla piazza dove abbiamo cominciato a bere dalle sei, c’era un nugolo di gente e il profumo di incenso. I piccioni zampettavano fra i tavoli. Uno di loro si è intestardito a restarsene lì, accanto a me. Faceva un po’ ribrezzo con gli occhi iniettati di rosso e la testa petrolio. Per farlo svolazzare ci siamo inventati di tutto, ma lui restava sotto la mia sedia, impassibile, il becco minuscolo e lo sguardo inebetito. Mario ha battuto i piedi di colpo, voleva spaventarlo, e il vino si è rovesciato sulla mia manica. Alla fine il piccione ha saltellato a qualche passo da noi, ma dopo un attimo era di nuovo lì. Ci veniva da ridere. I piccioni tornano sempre, ho detto, sono come i traumi. Gianni ha raccontato di un sogno ricorrente: lui che uccide un uomo e non riesce a scappare. Io salgo in scena invece, il pubblico riempie la sala, la quarta parete è immersa nel buio, devo danzare ma scordo i passi.
Adesso l’attore rischia sedici anni.
La cameriera mi lascia intendere che devo andare. Vado fuori e accendo la prima sigaretta. Omicidio colposo aggravato. Ti salvi perché sei uscito prima, perdi tempo a parlare, ti metti in macchina dopo. Penso che il mio lavoro, scrivere, in fondo mi piaccia per questo: passo il giorno in una stanza. Due anni di sconto con la buona condotta. Le porte dell’albergo sono di quelle girevoli, a vetri, si muovono in senso antiorario e anche se non c’è nessuno a spingerle loro si muovono ostinate.
Non riesco a leggere senza che la tosse della signora davanti irrompa fra una riga e l’altra del Corriere, è insopportabile tutto il vociare che ho attorno. L’uomo alla mia destra sta guardando un video sul cellulare, la sua faccia ha un che di ottuso, scorre con la mano sullo schermo e ride come se per un attimo fosse rimasto solo in questa sala colazioni piena di gente. Un incrocio di due vite, una annientata e l’altra distrutta in una notte d’estate. Uno schianto, allo svincolo di Montecorvino Pugliano, ha segnato il destino della vittima in motorino e dell’attore che l’ha travolta con la sua macchina.
L’ultima volta che l’ho incrociato è stato due anni fa. Era la cerimonia di non ricordo cosa, auditorium della Conciliazione, per caso siamo sbattuti uno contro l’altra. Eravamo sgattaiolati fuori, lui prima di me, durante la proiezione del documentario per fumare una sigaretta. C’erano molti tacchi fra l’androne del palazzo e la strada, vestiti lunghi, cravatte, solite parole di circostanza e solite frasi: cosa stai facendo? Io mi sono complimentata con lui per la sua fiction, lui ha chiesto del mio romanzo. Non era trascorso molto tempo da quando avevamo cenato insieme, forse qualche mese. Un amico attore stava cercando di produrre una commedia che ho scritto per il cinema e voleva discutere del cast. Arrivo a casa sua, un palazzo umbertino nel reticolo di stradine dietro al cuore dei Parioli, in leggero ritardo. Non è da me. Loro mi aspettano in salotto con calici e posaceneri. È strano, i ricordi legati al lavoro sono sempre un po’ confusi, sarà che quando sono agitata esagero col vino. Ho in testa solo poche sequenze, la faccia di lui che sorride, allora sei tu? Classiche tiritere sugli uffici stampa che non funzionano e sugli agenti.
La luce al neon e il finto parquet e la marsine sdrucite dei camerieri, tutto qui dentro mi appare deprimente. L’uomo al tavolo accanto ha smesso di giostrare col telefono, recupera il suo borsello e se ne va. Il caffè si è freddato, ne chiedo un altro. Continuo a leggere. L’attore viaggiava a velocità sostenuta sulla sua auto. Ha tamponato lo scooter e ha balzato in aria la conducente, una donna di quarant’anni di origini salernitane. In ospedale è risultato positivo al test antidroga.
Quella sera, a cena, mi ha parlato di Venezia. Un suo film era in concorso al Festival e lui era appena tornato. Ci ha raccontato che a vent’anni, quando studiava al Dams, i suoi compagni di corso organizzavano viaggi rabberciati – traversate in sei su una Panda, ostelli della gioventù – per raggiungere la Laguna e seguire i film in anteprima. Ma che lui si è sempre rifiutato. Voleva mantenersi vergine per trovarsi lì da attore, quando sarebbe stato e se. Ha detto di essersi commosso, subito dopo gli applausi. Sembrava felice, ma in fondo era lì per stupirmi. Convinto, come lo ero io all’epoca, che la mia commedia sarebbe stata prodotta. Tutto teso a dire la cosa giusta. Chi lo sa. Gli attori fingono, sono bravi a farlo.
Agli agenti che lo scortavano in cella è riuscito a dire solo questo: non l’ho vista. La vittima viveva col padre e lavorava in uno studio legale. Stava tornando da una festa, una delle prime a cui aveva deciso di partecipare dopo la morte della madre, un periodo difficile durante il quale trascorreva le serate davanti alla televisione. Forse le era capitato di guardare anche quell’attore che l’ha uccisa.
Ultimamente i giornali sono infarciti di retorica.
Non c’è più nessuno qui dentro.
Una cameriera che sparecchia e una donna che legge il suo I-Pad.
Sono io quella donna, ma è come se adesso avessi sollevato gli occhi sopra la stanza e riuscissi a guardarmi dal di fuori. Non è solo Genova a sembrarmi estranea, anche gli odori. Uova fritte, bacon, deodorante per ambienti al muschio bianco. Indosso il vestito che portavo a cena, la prima cosa che ho afferrato nella fretta di scendere al piano terra, sulla manica c’è una macchia di vino. Stavamo discutendo di sogni, ieri sera. Sono a arrivata col treno delle cinque, Jacopo mi ha chiesto di raggiungerlo da Douce. La processione del Santo Patrono è finita sulla piazza dove abbiamo cominciato a bere dalle sei, c’era un nugolo di gente e il profumo di incenso. I piccioni zampettavano fra i tavoli. Uno di loro si è intestardito a restarsene lì, accanto a me. Faceva un po’ ribrezzo con gli occhi iniettati di rosso e la testa petrolio. Per farlo svolazzare ci siamo inventati di tutto, ma lui restava sotto la mia sedia, impassibile, il becco minuscolo e lo sguardo inebetito. Mario ha battuto i piedi di colpo, voleva spaventarlo, e il vino si è rovesciato sulla mia manica. Alla fine il piccione ha saltellato a qualche passo da noi, ma dopo un attimo era di nuovo lì. Ci veniva da ridere. I piccioni tornano sempre, ho detto, sono come i traumi. Gianni ha raccontato di un sogno ricorrente: lui che uccide un uomo e non riesce a scappare. Io salgo in scena invece, il pubblico riempie la sala, la quarta parete è immersa nel buio, devo danzare ma scordo i passi.
Adesso l’attore rischia sedici anni.
La cameriera mi lascia intendere che devo andare. Vado fuori e accendo la prima sigaretta. Omicidio colposo aggravato. Ti salvi perché sei uscito prima, perdi tempo a parlare, ti metti in macchina dopo. Penso che il mio lavoro, scrivere, in fondo mi piaccia per questo: passo il giorno in una stanza. Due anni di sconto con la buona condotta. Le porte dell’albergo sono di quelle girevoli, a vetri, si muovono in senso antiorario e anche se non c’è nessuno a spingerle loro si muovono ostinate.