La Gendarmeria tedesca aiutata da fascisti locali uccise i sedici onnesi

11 Giugno 2021

Nuova ricostruzione dell’eccidio: usarono tre auto requisite agirono in otto o nove e poi fecero saltare in aria le case

L’AQUILA. La lettura degli atti contenuti nel fascicolo sparito per oltre 70 anni “costringe” a riscrivere alcune parti, significative, della storia della strage di Onna. La prima cosa è che l’eccidio non fu compiuto dalla 114esima compagnia cacciatori come ritenuto finora ma da componenti della Gendarmeria tedesca di stanza all’Aquila nella zona della villa comunale fra i quali c’erano infiltrati fascisti che fornivano ai tedeschi informazioni sui “ribelli italiani” cioè sui partigiani e anche sui civili (e a Onna ce ne erano diversi) che davano una mano alla Resistenza soprattutto inviando viveri in montagna o nascondendo chi era in pericolo. È provato che la Gendameria tedesca (assimilabile ai nostri carabinieri e al seguito dell’esercito), su richiesta dei carabinieri della stazione di Paganica, avesse inviato a Onna il 3 giugno del 1944 un suo ufficiale per “indagare” sull’uccisione di una ragazza di appena 16 anni, Cristina Papola, che si era ribellata agli occupatori che volevano portarle via il cavallo. Un giovane di 20 anni, che si era a sua volta ribellato alla razzìa, aveva avuto una colluttazione con un tedesco ubriaco ed era partito un colpo di pistola che non aveva ferito nessuno. Il ragazzo era riuscito a scappare in montagna e si era aggregato ai partigiani di stanza a monte Archetto, sul Gran Sasso. La Gendarmeria invece di verificare il comportamento dei suoi militari aveva avviato le ricerche del giovane fuggito che aveva osato “attaccare” i soldati. Domenica 11 giugno la Gendarmeria decide di agire. Ormai L’Aquila sta per essere liberata (lo sarà il 13 giugno mattina) e non c’è più tempo per “indagare”. Bisogna passare alle maniere forti.
Qui c’è un altro pezzo della storia da riscrivere. La “spedizione” punitiva è composta da otto carnefici (qualche testimone parla di nove). Almeno tre di loro sono fascisti collaborazionisti. Uno conosceva bene Onna per averla frequentata, nei mesi precedenti, alla ricerca di generi di prima necessità che in città scarseggiavano. Questo è quello che emerge dalle testimonianze di onnesi (parenti delle vittime ma non solo) che si possono leggere nel fascicolo riemerso dalle macerie della storia. Testimonianze rese davanti a pubblico ufficiale nella sede della questura dell’Aquila (che allora si trovava in una traversa del Corso fra piazza Duomo e i Quattro cantoni) chiamata a indagare a seguito di un dettagliatissimo esposto dei congiunti dei 17 martiri di Onna.
Una decina di testi dicono di aver riconosciuto con certezza, vestito da tedesco, un avanzo di galera aquilano, amico del “podestà” onnese, che parlava bene l’italiano. La Questura il 25 novembre 1944 chiude le indagini dando credito a una sola testimonianza che smentiva le altre e scrive “è probabile che la persona di cui parlano molti testi era l’interprete, di Bolzano, della Gendarmeria, che assomigliava molto all’uomo accusato dagli onnesi”.
Qui c’è la conferma che ad agire a Onna in quella tragica domenica, 11 giugno 1944, sono stati componenti della Gendarmeria tedesca di stanza all’Aquila. Ci sono anche un paio di testimoni, estranei ai fatti, che forniscono informazioni decisive in tal senso.
Per arrivare a Onna dalla villa comunale dell’Aquila non vennero usati mezzi militari. La Questura accertò che i gendarmi (veri e associati) andarono con tre macchine: una Balilla, una Topolino e un furgoncino della Banca d’Italia (requisiti qualche ora prima) dove caricarono gli esplosivi che poi servirono a far saltare in aria la casa in cui i 16 onnesi furono trucidati e altri edifici, scelti in base alle indicazioni dei fascisti locali. Insomma leggendo il fascicolo si ha l’impressione che più che una strage nazi-fascista fu un eccidio fasci-nazista. Tutto avvenne fra le ore 18 e le 20, mentre piovigginava. Dai racconti appare chiaro che i gendarmi avevano una gran fretta. Sapevano che dovevano andar via dall’Aquila al più presto ma non volevano lasciare impunito (dal loro punto di vista) il gesto di ribellione del ragazzo ventenne. Non lo trovarono e allora uccisero 16 persone senza colpe e distrussero il paese. Ma anche se lo avessero trovato sarebbe stata solo la 18esima vittima. (g.p.)