La Lampedusa di Gianfranco Rosi incanta il Festival di Berlino

14 Febbraio 2016

BERLINO. Altro che «italiani brava gente», i lampedusani sono anche di più. Gente di mare, piena di storia e sangue misto, vivono l'immigrazione con umanità, come un fatto naturale. La gente che sta...

BERLINO. Altro che «italiani brava gente», i lampedusani sono anche di più. Gente di mare, piena di storia e sangue misto, vivono l'immigrazione con umanità, come un fatto naturale. La gente che sta sul mare va salvata. Da qualsiasi parte venga. È stato sempre così. “Fuocammare” di Gianfranco Rosi, unico film italiano in concorso in questa 66esima edizione del Festival di Berlino - accolto ieri mattina con tanti applausi e che potrebbe aspirare a tutto diritto a uno dei premi maggiori - racconta questa isola, vera frontiera d'Europa. E lo fa con la giusta pietà, senza alcuna retorica.

Un'isola, quella di Lampedusa, in cui sono sbarcate in questi ultimi anni 400.000 persone e ne ha viste morire ben 15.000. Come era stato per “Sacro Gra”, Leone d'oro a Venezia nel 2013, a scorrere sullo schermo di questo documentario è la vita ordinaria di alcuni isolani con in sottofondo il fenomeno dei migranti visto come da lontano. Quasi una guida a questo mondo circondato dal mare, gli occhi semplici e pieni di curiosità di Samuele Puccillo, 12 anni. Figlio di pescatori, gira l'isola con il suo amico Mattias a caccia di uccelli da colpire con le loro fionde. Vive con la nonna Maria e lo zio, ex marinaio pescatore atlantico, e soffre solo di una cosa: quando va in barca ha il mal di mare. C'è poi Pietro Bartolo, il direttore sanitario dell'Asl locale. Un uomo buono che cura paesani e immigrati con la stessa passione.

E i migranti? Si vedono quando sono raccolti dal mare pieni di nafta, quando vengono perquisiti e assistiti, quando vengono chiusi morti nei sacchi di plastica e anche quando si raccontano in un ritmato gospel che fa così. «Ci bombardavano e siamo scappati dalla Nigeria, siamo scappati nel deserto, nel deserto del Sahara, molti sono morti. Sono stati uccisi, stuprati. Non potevamo restare. Siamo scappati in Libia. E in Libia c'era l'Isis e non potevamo restare...Siamo scappati verso il mare...il mare non è un luogo da oltrepassare. Il mare non è una strada. Ma oggi siamo vivi».

Da questa immersione di Gianfranco Rosi di oltre un anno in questa isola, vera protagonista del documentario, esce così fuori, senza alcuno fuoco d'artificio ideologico, la storia di una possibile convivenza che non potrà non far riflettere la giuria di Berlino. E questo proprio per la mancanza di ogni forzatura.

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