La lezione di Piccolo: «La sceneggiatura è come la vita»

30 Aprile 2019

ROMA. «Scrivere una sceneggiatura è la cosa più vicina alla vita. Tolstoj entrava nella testa di Anna Karenina, poteva dire cosa sentiva e pensava. Noi, il cinema, le serie tv, raccontiamo ciò che...

ROMA. «Scrivere una sceneggiatura è la cosa più vicina alla vita. Tolstoj entrava nella testa di Anna Karenina, poteva dire cosa sentiva e pensava. Noi, il cinema, le serie tv, raccontiamo ciò che accade senza mai entrare nella testa delle persone. La nostra è la scrittura della concretezza».
Parte da qui Francesco Piccolo per raccontare il mestiere delle sceneggiatore ai 18 ragazzi tra i 21 e i 32 anni del III Master in sceneggiatura seriale di fiction, organizzato dal Centro di Studi superiori per la formazione e l'aggiornamento in Giornalismo Radiotelevisivo di Perugia. Un campus, da maggio a settembre, per imparare a scrivere i futuri successi tv, al termine del quale i ragazzi saranno avviati a tirocini in società di produzione. Ma cosa vuol dire fare lo sceneggiatore? «È l'unico settore della scrittura che oggi non conosce crisi», assicura Piccolo, Premio Strega nel 2014 per Il desiderio di essere come tutti (Einaudi), autore per Moretti, Virzì, Soldini oltre che nel team de L’amica geniale. «Scrivere un film è come correre da un punto a un altro», spiega. «Scrivere una serie, invece, è camminare, avere un appuntamento, ma più tardi. Per farlo bene», prosegue citando Madame Bovary, Agota Kristof, ma anche le pellicole con Bruce Willis, «dovete vedere e leggere tutto, soprattutto le cose brutte. Bisogna sapere dove si sta andando, avere una scaletta. E non tenere nulla “da parte”. Non siate mai “in difesa”: quello che scrivete non è intoccabile». E ancora: «Non esistono scene di passaggio. Tutte sono l'occasione per inserire qualcosa», dice citando la scena cult dei killer di Tarantino che parlano di Like a virgin. «Pensate sempre anche alla troupe che si dovrà alzare all’alba per girare quel che voi avete pensato. Non sentite la responsabilità economica come un limite, ma come occasione per scatenare le idee. In Agata e la tempesta, ad esempio, Soldini si lamentava di una valigia che Licia Maglietta avrebbe dovuto trascinarsi dietro. “Mi farà impazzire sul set”, diceva. L’abbiamo eliminata e sono nate altre situazioni, come farla vestire con i terribili abiti venduti dal fratello». E chiude: «Scrivere una sceneggiatura vuol dire scrivere con altri. Serve il talento, ma anche buon carattere. O venire a lavorare con voi ogni mattina sarà un inferno».
©RIPRODUZIONE RISERVATA .