«La quotidianità ferma nelle mie still life, ma ora obiettivo sul territorio»

12 Maggio 2020

Il fotografo teramano parla delle prospettive del suo lavoro «Presto un archivio d’immagini dell’Abruzzo: mai fermarsi»

TERAMO . Una task force di fotografi abruzzesi per ripartire. Una squadra di dieci tra i più apprezzati e riconosciuti fotografi del paesaggio chiamati a lavorare a un archivio fotografico finora mai realizzato in Abruzzo, scientificamente catalogato per territorio, aree, distretti. Natura, beni culturali, agroalimentare, un mondo da scoprire. E da comunicare al resto del mondo.
«È di questo che l’Abruzzo ha bisogno e questo momento di ricostruzione può finalmente rappresentare l’occasione per realizzarlo. Un progetto sinergico sostenuto da fondi europei, dove la parte fotografica è una tra le altre nella comunicazione del territorio. Dove trovi il pastore che taglia la lana di pecora in modo tradizionale o l’andare delle greggi sulla piana di Campo Imperatore”. Se ne dice convinto il fotografo teramano Maurizio Anselmi, raffinato interprete del “suo” Gran Sasso, il Gigante che dorme e che lui, incurante del peso dell’attrezzatura in spalla, ha celebrato nel tempo e nei giorni attraverso l'occhio della sua camera fotografica «cercando ogni volta me stesso e l’emozione di quel momento» .
Anselmi, come ha elaborato la quarantena confinato tra le mura domestiche?
Avendo la fortuna di abitare nello stesso stabile dove ho lo studio e quindi l’attrezzatura di lavoro, mi sono inventato uno still life al giorno, un modo estemporaneo per raccontare oggetti e soggetti, mia figlia e mia moglie, con cui ho condiviso il tempo sospeso del lockdown, l’angoscia, la pesantezza, l’atmosfera di isolamento e di paura dei giorni che ci stiamo lasciando alle spalle.
La fotografia l’ha aiutata a superare il momento difficile e ne è nato un book artistico quanto inatteso, è così?
È così, alla fine mi sono reso conto di aver prodotto un progetto fotografico di immagini e ho voluto partecipare al concorso #iorestoacasa lanciato dalla scuola Verona Fotografia, la giuria mi ha selezionato tra gli autori che partecipano alla selezione finale. Il voto online, a cui si accede collegandosi alla piattaforma web, si aggiunge a quello della giuria di qualità; per votare c'è tempo fino al 24 maggio.
Sono foto che ricordano dipinti, svelano i suoi post pubblicati su facebook. Ha voluto dare una visione originale della still life?
Sì. In effetti in italiano per still life si intende comunemente natura morta, io ho voluto rifarmi al concetto di immobilità, vita immobile, ferma, come espresso dalla definizione inglese. Nello sguardo sulla quotidianità si può cogliere un uso della luce che rimanda alle immagini di David Lynch, atmosfere proprie dei quadri di Hopper. Fondamentalmente ho narrato il mio stato d’animo senza eccedere nei formalismi.
Come ha sublimato invece la distanza dalla “sua” montagna?
Postando ogni tanto qualche foto dal mio libro dedicato al Gran Sasso. Proprio venerdì scorso (8 maggio, ndr) sono finalmente tornato in montagna per una camminata in completa solitaria. Sono partito molto presto, dai Prati di Tivo per arrivare al Passo delle Scalette. Ho cercato di procedere lentamente, con prudenza, necessaria dopo il periodi di fermo. È stata un’emozione intensa, immerso nella luce tra profumi, colori e visioni. Riscendendo ho incontrato anche dei camosci, un vero contatto con la natura che mi mancava.
Come immagina il futuro post-covid?
Qualcosa dovrà pur succedere, nel mestiere di fotografo non so, ma sono fiducioso. Lavoro nel segmento della comunicazione pubblicitaria, in maggior parte i miei committenti sono agenzie di promozione e comunicazione. E per quanto mi riguarda ho già in preventivo un catalogo per un’azienda teramana dell’agroalimentare. Ma non è la stessa cosa per i fotografi di cerimonie, matrimoni, saggi di danza, per loro è tutto fermo. In sostanza siamo tutti in attesa della ripartenza, la narrazione del territorio avrà un ruolo determinante e necessario nel “dopo” con la rimessa in moto del meccanismo generale, vediamola come un’occasione straordinaria per il turismo e la cultura in Abruzzo, non lasciamocela scappare.
Quale strategia si sente di suggerire?
Finora è mancata una vera programmazione, una progettualità. È necessario far conoscere il paesaggio abruzzese, procedere a una mappatura del territorio con una vera e propria campagna fotografica da affidare a professionisti veri del mestiere, gente che vive di questo e che per questo è riconosciuta. Manca un archivio organizzato scientificamente: montagna, collina, mare, beni culturali, borghi, agroalimentare. Ci sarebbe da lavorare in grande, la fotografia di paesaggio è qualcosa in costante movimento perché il paesaggio cambia nel tempo e con lo stile di vita, con i modelli di fotografia. E diventa un archivio della memoria, cambia il “cosa” e il “come”, dunque non puoi utilizzare le stesse immagini a distanza di tempo. Oggi si attinge da internet, si utilizzano materiali visti e rivisti perché manca un metodo di lavoro. Tanti contest, centinaia di fotografi amatoriali ma poi arrivano cinquecento fotografie di Rocca Calascio e manca in assoluto il piccolo borgo che nessuno va a fotografare.
Quindi per concludere?
Attingere agli archivi e alle capacità dei professionisti, che in Abruzzo non mancano. E mai fermarsi.
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