La Repubblica invisibile di Bob Dylan nei Nastri della cantina

27 Dicembre 2014

Pubblicata in un cofanetto di 6 cd la versione integrale dei Basement Tapes registrati dal cantante durante il ritiro dalle scene dopo l’incidente motocilcistico

di Giuliano Di Tanna

Questa storia comincia in una mattina d’estate del 1966. E’ il 29 luglio del 1966 e c’è un ragazzo di 25 anni con una matassa inestricabile di capelli che sfreccia su una moto Triumph Tiger T100 a pochi chilometri di distanza da Bearsville, vicino a Woodstock, dove abita, nello Stato di New York. Il ragazzo con i capelli elettrici è Bob Dylan che la racconta così, quella mattina, nel suo libro autobiografico “Chronicles Volume I”: «Era mattina presto, molto presto, e mi trovavo in cima a una collina, a Woodstock. Non ricordo come accadde. Rimasi accecato dal sole... Stavo guidando controsole, e guardai in alto, anche se, ricordo, da piccolo qualcuno mi aveva detto di non farlo mai... Rimasi accecato per qualche secondo, o mi feci prendere dal panico, o qualcosa del genere, non so. Fatto sta che frenai bruscamente, la ruota posteriore si bloccò ed io volai per aria... Sara (la moglie . di Dylan ndr) mi seguiva in auto, e così potè raccogliermi. Passai una settimana all'ospedale, poi venni trasferito a casa di questo dottore, nel suo attico. C'era un letto in quell'attico, e una finestra che dava sull'esterno. Sara rimase con me tutto il tempo».

All’apice della fama e della gloria, quella caduta spezzò in due la vita di Bob Dylan, forse salvandola. Nei dodici mesi precedenti quel volo, che traccia una parabola da funambolo suicida verso l’alto e poi verso il basso, il cantante e poeta li aveva trascorsi in giro per il mondo a dare concerti, fischiato dappertutto dai suoi fan più puristi, perché a suonare e cantare non era più lui da solo, sul palco, con una chitarra acustica e un armonica, ma un gruppo rock con strumenti elettrici, quattro canadesi e un americano (Robbie Robertson, Richard Manuel, Levon Helm, Garth Hudson e Rick Danko) che si facevano chiamare The Hawks, i Falchi.

Dopo l’incidente sarebbero passati 18 mesi prima che Dylan ricomparisse in pubblico. Lo fece la sera del 20 gennaio 1968 alla Carnegie Hall di New York, per un concerto tributo a Woody Guthrie, il folksinger degli anni della Grande depressione. Con lui quella sera c’erano di nuovo gli Hawks, che però, nel frattempo, avevano cambiato nome e si facevano chiamare The Band. Che cosa aveva fatto, Dylan, in quell’anno e mezzo in cui aveva serrato ogni porta sul mondo esterno?

Il segreto di quei 18 mesi è adesso esposto alla luce del sole nella sua interezza. A raccontarlo, quel mistero, è un cofanetto di 6 cd (si legga il box qui a fianco) uscito da poche settimane, che raccoglie 139 canzoni, tutti i cosiddetti Basement Tapes, i nastri della cantina che Dylan registrò con la Band, nella cantina, appunto, di una casa nella campagna di Woodstock, una casa dalle mura rosa che loro chiamavano The Big Pink, la Grande Rosa.

Quei nastri erano stati pubblicati in forma parziale e clandestina, più volte, negli ultimi 47 anni, diventando, nel tempo, una sorta di Stele di Rosetta della musica americana; una collezione di canzoni, in parte tradizionali e in parte composizioni originali di Dylan, suonate con strumenti acustici o poco amplificati, in cui trascorrono storie bizzarre di personaggi che sembrano usciti dalle “Vene dell’America” di William Carlos Williams. Una comunità invisibile, abitata da fantasmi, con la quale, Dylan cerca di riannodare il filo della sua vita. Una Repubblica invisibile l’avrebbe chiamata, trent’ anni dopo, Greil Marcus, storico della cultura americana e critico musicale di Rolling Stone, in un libro che porta quel titolo.

Qual è l’America con la quale Dylan strinse un nuovo patto mentre, al di là delle mura della cantina di Big Pink, impazzava la cultura pop e psichedelica, nell’estate del 1967, quella dell’amore a San Francisco e quella caleidoscopica del “Sergeant Pepper’s Lonely Hearts Club Band” dei Beatles.

«Un'America», scrive Marcus, «aperta alla domanda di chi e che cosa gli americani sarebbero potuti diventare e non da chi e che cosa provenivano. I meccanismi del tempo, nella musica, non sono consolanti. In quella cantina il passato è vivo nella misura in cui il futuro è aperto, e ciò accade solo quando si è portati a credere che il paese sia incompleto o addirittura ancora da fare: quando il futuro è precluso, il passato è morto. Ancora più misterioso è il modo in cui il futuro dipende dal passato».

«Ciò che colsero nell'aria», è ancora Marcus a scrivere, «erano fantasmi ed è una cosa ovvia da dire. Per trent'anni la gente ha ascoltato i Basement Tapes come se fossero le conversazioni con una comunità di fantasmi. La loro presenza è innegabile. Per la maggior parte delle persone è un'astrazione, un turismo distratto di spettri provenienti da un paese straniero». E’ il filo di cui parlava Edmund Burke, due secoli fa, quello che lega i morti ai vivi e a quanti non sono ancora nati; il filo che tiene insieme il passato con il presente per dare un senso al nostro futuro. La scoperta di questo filo nasce da una sorta di esperienza di rinascita, di resurrezione. «Quando ebbi l'incidente», scrive Dylan nel suo libro, «fu come se mi fossi svegliato e fossi rientrato nei miei retti sensi, rendendomi conto di stare lavorando per un branco di sanguisughe. Ovviamente non volevo più farlo; inoltre avevo una famiglia, e volevo stare accanto a mia moglie e mio figlio» .

«Il punto di svolta fu a Woodstock, poco dopo l'incidente», è ancora Dylan a raccontare. «Una sera di luna piena, mentre me ne stavo seduto all'aperto, fissai in direzione del bosco e mi dissi: “Qualcosa deve cambiare”. C'era qualcosa della quale mi dovevo occupare».

La cosa di cui sentiva il dovere di prendersi cura era un segreto noto a tutti in modo oscuro giacché mai esplicitato. Era la comunità in cui il poeta dei dischi elettrici e del “suono sottile e mercuriale” di pochi mesi prima, sentiva di doversi incastrare come un tassello in un mosaico in gran parte sconosciuto ma di cui egli avvertiva l’armonia salvifica. Era il mondo della tradizione che, per lui, trovò la sua epifania attraverso la musica. «La musica tradizionale è troppo irreale per morire», scrive Bob Dylan in “Chronicles Volume I”. «Non ha bisogno di protezione. Nessuno la può colpire. Quella musica contiene l'unica morte vera, valida, che oggi si possa tirar fuori da un giradischi. Ma come tutto ciò che è molto richiesto, la gente la vuole possedere. Ha qualcosa a che fare con la purezza. Penso che la sua mancanza di significato sia sacra».

Con la pubblicazione, oggi, di questi 6 dischi dissotterrati dal passato, quel mondo toccato dalla grazia della bizzarria e dell’insensatezza è di nuovo qui davanti ai nostri occhi. Per scorgerne il profilo dobbiamo solo tirarlo fuori dai giradischi e ascoltare quelle canzonI

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