La storia di Emy «E un bel giorno arrivò un fratellino...»

9 Giugno 2015

Continua il racconto della ragazza vastese «E’ stato lui il più bel regalo della mia vita»

La storia di Emy prosegue, dai primi ricordi all'ingresso della scuola materna.

Emy, siamo arrivati nel periodo in cui un bambino sta per accedere alla scuola materna. Come vi siete organizzati a Esslingen?

«In Germania esistono asili cattolici e evangelici. Essendo noi cattolici, abbiamo fatto domanda in uno di questi, il più vicino a casa, ottenendo per due volte risposta negativa. La responsabilità d'integrare una bambina disabile nel loro asilo li spaventava».

Come avete reagito? Quale è stata la reazione dei tuoi genitori?

«Mamma e papà non si sono fermati di fronte a questi rifiuti, così, dopo qualche attimo di sconforto e delusione, hanno fatto domanda alla scuola evangelica. Lì mi hanno dato una settimana di “prova” per verificare se ero compatibile con il resto, se mi ambientavo con loro e loro con me».

E questa settimana di “prova” com'è stata? Ce la racconti?

«Mi ambientavo bene, era bello stare in mezzo agli altri bambini, mi è piaciuto subito tutto, le maestre erano brave e attente e subito dopo i primi tre giorni, hanno detto a mia madre che potevo continuare, il mio spirito di adattamento portava gli altri bambini ad aiutarmi ed io aiutavo loro».

Cosa hanno scelto di fare gli insegnanti per integrarti con gli altri?

«Le maestre inventavano nuovi metodi e strategie per farmi partecipare alle attività, coinvolgendo anche gli altri bambini. Ad esempio, per farmi ritagliare delle figure, ne contornavano i bordi con la colla a caldo per metterli in rilievo».

E il rapporto con i bambini, com'è stato? Com'era “giocare”, partecipare?

«I bambini più vivaci sapevano che avevo bisogno di essere presa per mano, facevano a gara per aiutarmi, mi conducevano nel parco giochi tra la sabbia, gli scivoli, le altalene, i dondoli, e le pareti attrezzate per arrampicarsi ed io facevo tutto come loro».

Qual è stato l'effetto della tua presenza su di loro?

«L'effetto è stato molto positivo. Le maestre hanno ringraziato mia madre per avermi portato tra loro perché molti bambini scatenati avevano avuto la possibilità di sentirsi utili e di responsabilizzarsi».

Qual era Il tuo gioco preferito?

«La sabbia, perché il mio obiettivo era trovare la pietra preziosa di “paperino” e con le palette ed i secchielli ero sempre lì a scavare. A casa portavo le “pietre” trovate come tesori.Ho poi imparato a lavorare la creta, a modellarla».

Come hai affrontato la repentina e veloce caduta della vista?

«Fu proprio in quel periodo che cominciai a perdere la vista, non mi rendevo conto di quello che stava accadendo, i miei genitori se ne accorsero insieme alle maestre, mentre io pensavo alle soluzioni, prendendola come una cosa normale».

Tu la prendevi come una cosa normale, mamma e papà erano sicuramente preoccupati.

«Mamma e papà non cambiarono mai il loro modo di comportarsi con me, mentre intraprendevano battaglie affinché potessi entrare nella scuola per i non vedenti. La scuola elementare a Stoccarda».

Quanto era distante Stoccarda da Esslingen?

«Da dove abitavo io, Stoccarda era lontana all'incirca 30 chilometri. Il viaggio per arrivare a scuola era piuttosto lungo anche perché prevedeva più fermate per far salire altri ragazzi che facevano lo stesso tragitto».

Com'è la scuola per non vedenti che hai frequentato?

«La Nikolauspflege è una scuola specificamente per non vedenti, dove i ragazzi vengono formati dalla prima elementare fino all'inserimento lavorativo o universitario. Lì vengono insegnate la lettura e la scrittura del metodo Braille attraverso ausili specifici. L'obbiettivo della Nikolauspflege è quello di rendere i ragazzi non vedenti il più autonomi possibile. Affinché questo avvenga, ci sono apposite lezioni di economia domestica e mobilità con il bastone bianco, in modo che i non vedenti imparino a muoversi autonomamente sia all'interno della scuola che all'esterno. Il personale specializzato segue, non solo i ragazzi, ma anche le famiglie nell'affrontare le problematiche dei figli».

Com'era organizzata la tua giornata quando ti svegliavi per andare a scuola?

«Mi alzavo alle 6 tutte le mattine e alle 6 e venti il taxi passava per portarmi a Stoccarda, una città a quell'ora del mattino piena di traffico, rumori, voci intorno».

Il tuo viaggio verso Stoccarda era un percorso dentro odori, voci, rumori, caos, clacson. Viaggiavi da sola?

«Con me c'erano altri ragazzi, alcuni sordo ciechi, poi c'era un ragazzo che parlava continuamente, senza fermarsi mai, riempiva tutti i silenzi».

Diventava un viaggio sensoriale?

«Un po' si, sentivo il rumore dei camion, quello dei motori. Percepivo le soste, quando la strada diventava libera, il freddo d'inverno, la pioggia, il calore d'estate. Uscivo alle 15 del pomeriggio per tornare a casa alle 16.30, qualche volta alle 17».

Come hanno fatto mamma e papà a seguirti mentre lavoravano entrambi con turni di lavoro da gestire?

«Mia madre è stata mamma e papà, mio padre è stato papà e mamma, erano interscambiabili, avevano turni lavorativi opposti e per questo trascorrevo tempo con loro a settimane alterne. Capitava di incontrarci tutti e tre per uno scambio “dell'ostaggio d'amore”" al parcheggio della fabbrica dove lavoravano entrambi, uno mi lasciava e l'altro mi prendeva. E questo mi regalava autonomie e certezze».

A un certo punto, una notizia bellissima. Mamma aspetta un bambino. Come hai vissuto questo evento?

«La notizia della gravidanza di mamma per me è stata bellissima. Ero figlia unica e desideravo tanto qualcuno con cui giocare, confrontarmi o anche semplicemente litigare. Mi piaceva mettere la mano sul pancione di mamma e sentire il mio fratellino muoversi, anche se allora non sapevamo ancora cosa fosse. I miei genitori non volevano saperlo. Per loro la notizia dell'arrivo di un bambino è stata fonte di dubbi e preoccupazione. Avevano paura che avesse la mia stessa malattia. Non importava che fosse maschio o femmina, l'importante per loro era che fosse sano. Io non mi rendevo conto di questo. Non vedevo semplicemente l'ora che arrivasse questo piccolo qualcuno che si fece attendere per due settimane in più del dovuto fino a nascere il giorno del mio compleanno. Mio fratello è stato il più bel regalo che io abbia mai ricevuto».

L'attesa. Vivere un evento attraverso i sensi. La sensazione del tempo che passa attraverso il corpo di tua madre, i preparativi. Mamma ti ha sempre reso partecipe, raccontandoti nei minimi dettagli ciò che ricordava, che aveva di fronte e ciò che stava arrivando. Senza mai escludere o dimenticare nulla. La sensazione che ricordi all'arrivo di tuo fratello?

«Mia madre mi ha resa partecipe sin dal primo momento. L'accompagnavo spesso alle visite durante la gravidanza. Un ricordo che ho di quei momenti è il battito regolare del minuscolo cuore che cresceva insieme al piccolo torello che sarebbe nato di lì a breve. Ero felice ed orgogliosa di diventare sorella maggiore. Credo di non aver mai provato quel sentimento così brutto che è la gelosia. Ero semplicemente felice di non essere più sola. Sapevo che i miei genitori mi avrebbero voluto bene come lo avevano fatto fino ad allora anche se stava arrivando un altro componente della famiglia. Mio fratello arrivò all'alba del mio sesto compleanno e non dimenticherò mai la bellissima sensazione che ho provato tenendolo in braccio per la prima volta. Era un fagottino rugoso avvolto in un asciugamano celeste con la testolina ricoperta di capelli sottili che formavano tante piccole roselline. Mi sentivo fiera: era mio fratello! ».

Emy, cresce, fiera del suo conoscere. Curiosa e attenta a tutto quello che la circonda. Nella lingua che le permette di “vedere”, il braille. E la sua avventura continua…

(2, continua)

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