La storia dimenticata delle donne abruzzesi nelle bande partigiane

Più di cento le combattenti nella Resistenza sul territorio: uno studio, ancora in corso, ne rivela finalmente le identità
Furono centotrentasei le donne abruzzesi “Partigiane e patriote” nel periodo della lotta di liberazione. È un numero limitato, per ora, alle sole province di L’Aquila e Chieti, frutto di una ricerca avviata presso l’Archivio di Stato di Chieti da tre storici e studiosi del periodo bellico in Abruzzo (Francesco Di Cintio, Piero Di Girolamo dell’Università di Teramo e Nicola Palombaro), i quali considerano questo lavoro come «la prima fase di un progetto ancora in corso». Pubblicata da poco sulla rivista storico-scientifica open access Giornale di Storia, la ricerca ha avuto inizio con la manifestazione Domenica di carta 2021, organizzata il 10 ottobre scorso dall’Archivio di Stato teatino (direttore Pietro Federico), che ha da poco ricevuto il corposo e inedito carteggio governativo chiamato Partigiane e Patriote delle Province di Chieti e dell’Aquila dal Comando Militare Esercito Abruzzo, Centro Documentale di Chieti. Queste donne ebbero un riconoscimento ufficiale a partire dal dopoguerra in seguito al “decreto legislativo luogotenenziale” del 21 agosto 1945. Ma i loro nomi appaiono solo oggi per la prima volta in pubblico, altri verranno in seguito.
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LA PARTIGIANA-INTERPRETE
La donna di spicco in questi due elenchi, rivela Di Cintio, è Maria Luisa Di Sipio di Civitella Messer Raimondo, la quale, grazie alla conoscenza della lingua inglese, fece da tramite tra i “patrioti” di Civitella e i militari inglesi arrivati a Casoli ai primi di dicembre 1943. Fu anche grazie al suo apporto che si costituì la “Wigforce”, cioè l’unità formata da volontari italiani e militari inglesi guidata dal maggiore Lionel Wigram, morto tragicamente a Pizzoferrato un paio di mesi dopo. Di Cintio rileva che «delle trentasei donne riconosciute combattenti nella provincia di Chieti, ben tredici hanno operato nel comprensorio del Sangro-Aventino, luogo nel quale si costituì la Brigata Majella».
donne delle bande partigiane
Tra le combattenti della provincia di Chieti figura Elena De Vincentis, «unica donna originaria di Casoli ad essere stata riconosciuta come Partigiana Combattente con la Banda Palombaro». E poi c’è Carmela Monacelli, appartenente alla Banda Pizzoferrato, purtroppo trucidata dai tedeschi il 5 gennaio 1944. Pochi giorni prima, il 22 dicembre 1943, i tedeschi fucilarono in località Caramanico di Francavilla al Mare Ada Di Giacomo, legata alla Banda Francavilla. Un’altra partigiana combattente originaria di Petrella Salto, Cleonice Tomassetti, cadde sotto un plotone d’esecuzione tedesco a Verbania (Piemonte), dove si era trasferita prima della guerra.
una storia a lungo taciuta
Per Partigiana combattente si intende la reale partecipazione armata a tre azioni di guerra o di sabotaggio durante la guerra di Liberazione come membri effettivi di bande partigiane riconosciute per un periodo minimo di tre mesi, mentre il termine “patriota” indica una partecipazione “collaborativa” alla lotta, come l’aiuto ai prigionieri alleati in fuga. Ed è sul versante aquilano della ricerca che Nicola Palombaro si sofferma, spiegando che «dodici Partigiane combattenti hanno avuto le qualifiche gerarchiche di Comandante di nucleo (sergente), oppure Comandante di distaccamento (sottotenente). «Da questo», conclude Palombaro, «si dovranno esplorare gli eventuali rapporti di genere all’interno della catena di comando delle bande partigiane».
È quanto rimarca anche la professoressa Marina Caffiero della Sapienza a Roma, direttrice del Giornale di Storia, secondo cui questo lavoro è un punto di partenza per scoprire «i rapporti di genere all’interno dei gruppi partigiani, e i ruoli di comando delle donne. Un’occasione», aggiunge la Caffiero «per costruire biografie specifiche delle donne, ed anche valutare la percezione maschile della loro presenza, fino alle probabili delusioni posteriori», avvenute nel dopoguerra.
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