«La violenza politica di ieri oggi è violenza delle parole»

L’ex sindaco di Pescara Marco Alessandrini racconta gli anni dopo la strage e suo padre Emilio, il giudice che indagava e che fu ucciso da Prima Linea
PESCARA. «Ero bimbo quando papà mi chiedeva: avvisami quando in televisione mandano le notizie sulla strage di Piazza Fontana».
Scava nella memoria Marco Alessandrini, 48 anni, ex sindaco di Pescara, figlio del magistrato Emilio Alessandrini, assassinato da Prima Linea il 29 gennaio 1979, davanti al palazzo di giustizia milanese.
E rintraccia quel particolare intimo, privato, che riguarda la conversazione al telefono tra un bimbo che non aveva ancora compiuto otto anni (l’età in cui perse il padre) e il grande magistrato che condusse l’istruttoria (che portò all’incriminazione di Franco Freda e Giovanni Ventura, esponenti della destra eversiva) su una delle pagine più oscure d’Italia, la “madre” delle stragi terroristiche degli Anni Settanta: l’attentato alla Banca Nazionale dell’Agricoltura che causò 17 morti e 88 feriti. Era il 12 dicembre 1969. Cinquanta anni fa. Un anniversario che Marco Alessandrini ripercorrerà in un incontro che si svolgerà domani con gli studenti di un istituto professionale di Abbiategrasso, nel Milanese, intitolato al padre.
«La strage di Piazza Fontana», commenta l’avvocato Alessandrini, «rappresenta l’inizio della strategia del terrore nel nostro Paese. E nella scuola milanese dedicata a mio padre, un omaggio che mi onora, ripercorreremo questo tragico evento relativo alla violenza politica. Perché tale era un tempo. Oggi la violenza è quella delle parole che scorrono sui social senza freno. Ci vorrebbe una patente per guidare i flussi di pensieri sulla rete».
Il dovere della memoria è doloroso ma necessario: «La memoria non è solo ricordare un evento, ma riviverlo». E ogni volta che accade, gli occhi si inumidiscono, la gola si serra: «Non smetto mai di emozionarmi. Assistiamo ogni giorno a fenomeni preoccupanti di rimozione dei fatti, di intolleranza verso il diverso e di piazze che si riempiono di sardine e di grete, di sindaci che si uniscono in un abbraccio affettuoso nei confronti di Liliana Segre. Tutto ciò significa che c’è bisogno di valori comuni, per questo le piazze si riempiono sempre di più». La sofferenza pubblica che si mescola a quella privata, ogni volta davanti ad una platea o quando Marco Alessandrini ricorda gli ultimi istanti di vita del padre, assassinato all’età di 36 anni: «Io ne avevo otto. Quella mattina, era un lunedì, mio padre mi accompagnò a scuola, l’elementare “Pietro Colletta” di Milano. Mi fece le raccomandazioni che ogni padre fa a un figlio, non ricordo esattamente, non ho chiara memoria di ogni singolo istante. Ricordo solo che parlammo del pranzo della domenica, il giorno prima. Poi più nulla, se non la casa piena di gente, le lacrime, il dolore». Fu la madre, Paola Bellone, originaria di Lecce, a comunicare la triste notizia al piccolo Marco: «Per me fu uno shoch». Emilio Alessandrini (nato a Penne il 30 agosto 1942) non era solito “portare il lavoro a casa”: «Sapevo però che si stava occupando del caso di Piazza Fontana», prosegue l’ex sindaco, tornato nelle aule di tribunale dopo il mandato amministrativo concluso al Comune di Pescara nella primavera scorsa, «perché ogni tanto mi telefonava e mi diceva: mi raccomando chiamami se in televisione danno le notizie dell’attentato». Prima di Abbiategrasso, Alessandrini ha incontrato nei giorni scorsi gli studenti di Ortona: «Vale la pena di spendersi per conservare la memoria, perché spesso il potere della memoria è debole. In questo caso la storia mi tocca da vicino. È giusto parlarne, ma non è un solo una questione personale, è un fatto di democrazia».
A sparare al magistrato (che si occupò anche dello scandalo del Banco Ambrosiano di Roberto Calvi) davanti al palazzo di giustizia milanese, furono Sergio Segio, Marco Donat Cattin, di copertura Michele Viscardi.
Alessandrini: «Non ho mai voluto incontrare quegli uomini, non sono mai stato pronto. Ma non odio nessuno, non mi piace la parola odio. Chiedere loro perché lo hanno fatto sarebbe come soffiare nel vento, per dirla con Bob Dylan. Era un periodo pieno di intossicazioni ideologiche. I tributi si pagano con le leggi degli uomini, lo Stato è forte con la forza delle regole. Mio padre diceva sempre: mi pagano per fare ciò che amo».
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