Lavia interpreta Dostoevskij nel palasport di San Nicolò

7 Novembre 2017

TERAMO. Con un mostro sacro del teatro italiano, Gabriele Lavia, e un gigante della letteratura di ogni tempo e latitudine, Fëdor Dostoevskij, si apre oggi la 13esima stagione teramana di prosa,...

TERAMO. Con un mostro sacro del teatro italiano, Gabriele Lavia, e un gigante della letteratura di ogni tempo e latitudine, Fëdor Dostoevskij, si apre oggi la 13esima stagione teramana di prosa, allestita per il Comune dalla Società Primo Riccitelli, con la direzione artistica di Ugo Pagliai. È anche la stagione più tormentata, segnata dai contrasti con il nuovo gestore del Comunale, Acs Abruzzo circuito spettacolo, che partirà con il suo cartellone di prosa nel teatro cittadino il 22 novembre. Contrasti che hanno convinto la Riccitelli a spostarsi nel palazzetto dello sport di San Nicolò (popoloso sobborgo a sette chilometri da Teramo), reinventato come teatro.
Lavia è stato il primo tra gli ospiti della stagione (otto spettacoli fino ad aprile) ad accettare l’insolita collocazione («Datemi un microfono e una sedia e sarò felice di recitare in un palasport»). E così stasera la stagione si apre a San Nicolò con “Il sogno di un uomo ridicolo”, racconto scritto da Dostoevskij intorno al 1876, dopo “I demoni” e prima de “I fratelli Karamazov”, trasposto per la scena da Lavia, che ne è interprete e regista. Produce il Teatro della Toscana.
La prima è stasera, ore 21; repliche domani (ore 21) e giovedì (ore 17). L'interprete milanese (75 anni l'11 ottobre) racconta l’incontro con il testo di Dostoevskij: «La prima volta lo lessi a degli amici a 18 anni e ancora non ero un attore. Oggi è passata una vita e il “Sogno” è quasi un’ossessione, forse la più sconcertante opera di Dostoevskij». Lo scrittore moscovita concepì “Il sogno di un uomo ridicolo” come un racconto fantastico, inizialmente inserito nel “Diario di uno scrittore”, raccolta in cui Dostoevskij pubblicava mensilmente articoli, saggi di letteratura, racconti brevi. Nel “Sogno” un uomo ripercorre la sua vita e le ragioni per cui si è sempre sentito estraneo alla società. È deciso a uccidersi. Invece si addormenta davanti alla pistola carica, iniziando un sogno che lo porta alla scoperta della “verità”.
Si legge nelle note dello spettacolo: «Il testo si rivolge, dietro la finzione letteraria, alla società intera e ne denuncia i vizi di avidità ed egoismo, che la allontanano dalla felicità fondata sull’amore e la solidarietà, sulla condivisione incondizionata. E questa idea di felicità ci riporta al messaggio evangelico – di puro amore - di Cristo, al di là di ogni religione e prima di ogni potere».
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