Le confessioni di Brando all’Aquila Film Festival

21 Marzo 2017

Oggi all’Auditorium del Parco il documentario “Listen to me, Marlon” L’attore: «La sola cosa che un attore deve al suo pubblico è non annoiarlo»

di Giuliano Di Tanna

«Se c'è una cosa che mi fa venire il voltastomaco è guardare gli attori in televisione che raccontano le loro vite personali». Non amava parlare di sé, Marlon Brando, né che altri lo facessero. Chissà come avrebbe preso, l’attore americano scomparso nel 2004 all’età di 80 anni, l’idea di un documentario sulla sua vita fatto interamente di registrazioni private. Impossibile saperlo. E’ certo, invece, il successo che ha accolto, fin dalla sua pubblicazione due anni fa, il bellissimo film documentario “Listen to me, Marlon” (Ascoltami, Marlon), diretto dal regista inglese, Stevan Riley.

Chi non l’ha mai visto, può farlo, oggi all’Aquila dove sarà presentato nell’ambito dell’Aquila Film Festival, con inizio alle 17.45 all’Auditorium del Parco. Il film fa parte di una giornata dedicata al grande attore americano, interprete di film memorabili come “Un tram che si chiama desiderio” nel 1951 e “Fronte del porto” (che gli valse il primo Oscar), nel 1954, di Elia Kazan, al “Padrino” (secondo Oscar), nel 1972, e “Apocalypse Now”, nel 1978, di Francis Ford Coppola, a “Ultimo tango a Parigi” di Bernardo Bertolucci, nel 1972.

Dopo la proiezione di “Listen to me, Marlon” (103 minuti), Mariapaola Pierini, dell'università di Torino, e Gianluigi Simonetti, dell'università dell'Aquila, ripercorreranno le tappe della carriera di Brando, analizzando l'uomo in rapporto alla sua arte. L'approfondimento avverrà anche attraverso le parole della “Lettera a Marlon Brando” della scrittrice americana Joyce Carol Oates.

Il film è una sorta di confessione in pubblico di uno degli attori più refrattari all’autopromozione. “Listen to me, Marlon” è composto esclusivamente di nastri audio, filmati e, perfino, registrazioni della segreteria telefonica, che Brando ha accumulato nell’arco della sua vita. Una mole cospicua di materiale, circa 300 ore, che Riley ha esaminato per poi sceglierne una parte da montare nel suo film. A commentare le immagini – foto e filmati – è solo Brando con la sua voce sottile, quasi femminea, da adolscente mai cresciuto, con le pause e i sospiri a imprimere il ritmo narrativo all’opera.

«La sola cosa che un attore deve al suo pubblico è non annoiarlo», diceva Marlon Brando. E il film di Riley, almeno in questo, tiene fede a questo impegno dell’attore di Omaha nel Nebraska.

Ad dischiudere gli archivi al regista è stata Rebecca Brando, figlia dell’attore. «Quando la famiglia Brando mi ha aperto le scatole non sapevo cosa aspettarmi», ha raccontato Riley, «credo che lui avesse in mente di realizzare un documentario su se stesso, girato principalmente a Tahiti».

«La mia prima reazione dopo aver sentito la sua voce nel film è stata: “Oh mio Dio, mio padre è tornato dalla tomba”», ha detto Rebecca Brando. «È stata un'emozione così forte che sono stata costretta a uscire per un po' dal cinema. Poi però l'ho visto dal punto di vista del pubblico e mi sono resa conto di che grande film sia». Come accade spesso nelle vite dei grandi artisti americani, all’origine della creatività di Brando c’è un’infanzia drammatica, con un padre commesso viaggiatore,quasi sempre assente e vittima della bottiglia, e una madre sensibilissima ma prigioniera della depressione. «Se non avessi avuto la fortuna di diventare attore», confessa Brando nel film, «sarei diventato un truffatore». La sua fortuna fu l’incontro con Stella Adler, l’attrice teatrale fondatrice, nel 1949, dello Stella Adler Conservatory a New York, la scuola di recitazione basata sul Metodo di Stanlisvsky, dove Brando imparò il mestiere.

Il film si apre sulla casa di Los Angeles dove negli ultimi anni si era rinchiuso e dalla quale intratteneva rapporti solo attraverso il telefono. Il congedo dallo spettatore è affidato, invece, alle immagini del “Padrino” che Brando non andò a ritirare, affidandone il compito a una ragazza indiana che pronunciò un discorso di protesta contro il genocidio perpretrato contro i nativi americani. Per il ruolo di don Vito Corleone, Brando, che da tempo non interpretava un film di successo, aveva dovuto sottomettersi alla vergogna di un provino, come un qualsiasi attore alle prime armi. «Coppola era sicuro, ma i produttori non erano convinti e a dirla tutta neppure io», racconta nel film. «Così durante il provino ebbi l'idea del cotone e cominciai a dire le frasi biascicandole tutte».

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