Le eroine celebrate sul grande schermo Da Thelma e Louise a Hedy Lamar

Le storie del cinema ricordano che proprio alle origini di Hollywood, a dettar legge nella Città degli Angeli erano proprio le donne: una categoria che al pari delle altre minoranze (ebrei,...
Le storie del cinema ricordano che proprio alle origini di Hollywood, a dettar legge nella Città degli Angeli erano proprio le donne: una categoria che al pari delle altre minoranze (ebrei, omosessuali, inventori pazzerelli, esuli e immigrati) trovava spazio in un far west dell'immagine in movimento ancora non dominato dai grandi capitali. Erano registe e produttrici come Helen Gardner o Lois Weber, attrici comiche irresistibili come Mabel Normand, sceneggiatrici come Julian Crawford o Frances Marion (il primo Oscar al femminile nel 1930), dive dal pugno di ferro come Lillian Gish o Mary Pickford (fondatrice della United Artists insieme al marito Dougals Fairbanks e a Charlie Chaplin). Oggi sono nomi quasi dimenticati, ma basta guardare le loro foto, scolorite nella memoria, o ricordare i soggetti dei loro film per capire come seppero imporsi a un mondo maschile senza mai rinunciare alla propria femminilità e ai temi essenziali per la liberazione della donna.
Scorrendo la lista dei grandi personaggi femminili dello schermo, ci si accorge che si tratta di un fantastico pantheon di eroine del quotidiano. L'emancipazione femminile, la difficoltà di metà del mondo a farsi ascoltare e a portare una fertile “differenza” nell'universo dominato dai maschi è cosa antica: il cinema l'ha ricordata con storie appassionanti di grandi talenti: dalla matematica Ipazia di “Agorà” alla pittrice Gentileschi di “Artemisia”, dalla santa guerriera di “Giovanna d'Arco” alla santa sapiente Hildegard of Bingen di “Vision”, film troppo poco visto di Margarethe Von Trotta. Fino alla spericolata pilota d'aereo Amelia Earhart celebrata nel film di Mira Nair “Amelia”.
Ma è emblematica anche una vera rivoluzionaria dietro e davanti allo schermo come Hedy Lamarr, nata Hedy Kiesler nella Vienna asburgica, fuggita alle grinfie del nazismo (e del marito) dopo lo scandaloso successo del suo “Estasi” (1933), diventata cittadina americana e diva splendente a Hollywood, ma capace di inventare il sonar durante la guerra, di intuire il mondo di internet con mezzo secolo d'anticipo eppure spossessata del suo genio per non offuscare il lavoro dei colleghi scienziati. E poi le tante donne »normali« che lo schermo ha omaggiato, dalla fragile Adriana (Stefania Sandrelli) di “Io la conoscevo bene”, alle smarrite donne di mezza età in “Ricche e famose” di George Cukor. E poi le donne guerriere dello schermo, tra “Thelma e Louise” e “Kill Bill”, passando per “Soldato Jane” e le “Ragazze vincenti” di Penny Marshall. O quelle che sfidano il pregiudizio nell'Iran de “Il cerchio”, nell'Arabia di “La bicicletta verde”, nel Mediterraneo di “Un divano a Tunisi”, nell'Europa del pregiudizio di “The danish girl” o nell'America sottilmente razzista di “The help”. Su tutte aleggia lo spirito libero di Pedro Almodovar con le sue donne “sull’orlo di una crisi di nervi”, montate su “tacchi a spillo”, sempre libere. La sua irriverente allegria richiama altri spiriti liberi come Billy Wilder e le irresistibili “ragazze” in “A qualcuno piace caldo”, come Blake Edwards in “Victor, Victoria”. Quanta strada le separa dalle silenziose eroine di Antonioni, tra “Le amiche” e “Deserto rosso”?
È la faticosa risalita che scandisce - nel cinema - una battaglia e una conquista che le donne hanno saputo strappare a morsi alla vita e alla società maschile in cui siamo cresciuti. E vengono in mente allora due figure esemplari, raccontate ancora una volta dal cinema e scritte per le donne da uomini capaci di sensibilità: la “Julia” di Fred Zinnemann nel lontano 1977 e la fiera Mildred di “3 manifesti a Ebbing, Missouri” dei fratelli Cohen. Le figure di un pantheon complesso, orizzonte futuro nel quale è bello specchiarsi.