«Lingua d’Abruzzo mare, sopravvivere. È la mia Arminuta»

L’attrice pescarese dirige e interpreta il romanzo nella trasposizione teatrale prodotta dal Tsa
«Preoccupata? No, emozionata. Ho le farfalle nello stomaco». Non trema Lucrezia Guidone, talento del teatro italiano, di fronte all’impresa di portare sulla scena uno dei romanzi più amati degli ultimi anni, “L’Arminuta” di Donatella Di Pietrantonio, pubblicato da Einaudi e decorato col Premio Campiello 2017 e molti altri riconoscimenti.
A due anni dall’uscita del libro, a lungo in testa alle classifiche di narrativa e ancora molto richiesto, si avvicina il debutto della trasposizione teatrale delle folgoranti pagine della scrittrice nata ad Arsita, nel Teramano. L’operazione è tutta abruzzese, e non potrebbe essere altrimenti per un romanzo che si snoda tra la nostra montagna e il nostro mare e ha per protagonista insieme alla piccola “ritornata” senza nome una lingua espressiva che recupera il nostro dialetto.
La produzione è del Teatro Stabile d’Abruzzo (Tsa), interpretazione e regia della pescarese Lucrezia Guidone, lanciata da Luca Ronconi, premio Ubu 2012 migliore attrice under 30, e molti altri premi (Maschere, Reiter, Duse, Flaiano, La Repubblica “Giovane talento”), una carriera anche al cinema (“La ragazza nella nebbia” di Donato Carrisi) e in serie tv (Sky e Rai). In una pausa delle prove Lucrezia Guidone racconta al Centro l’incontro con “L’Arminuta”, a pochi giorni dal debutto dell’atto unico al Ridotto del Comunale aquilano il 28 febbraio.
«Quando mi è arrivata la proposta del Tsa non avevo ancora letto il romanzo di Donatella, ma avevo amato i suoi libri precedenti. Appena Simone Cristicchi mi ha chiamato sono corsa in libreria. Ho letto il libro in un pomeriggio. Mi sono subito immersa nel mondo del romanzo, si è creata una complicità con la scrittura di Donatella, con le sue immagini. Il romanzo è così bello che appena terminata la lettura ho detto sì al Tsa. Da tempo aspettavo di lavorare con lo Stabile in un progetto legato alla mia terra e alla mia lingua. Questo è un progetto ambizioso e impegnativo perché il testo di partenza non è un testo teatrale. Ma abbiamo avuto a disposizione la bellissima riduzione per la scena di Giacomo Vallozza».
Lei è regista dello spettacolo oltre che interprete. Qual è stata l’idea alla base delle scelte registiche?
«Staccarsi dal romanzo per andare in altri territori, cercando di fare un lavoro più evocativo che realistico, con un impegno molto intenso anche sulla drammaturgia. I primi dieci giorni di prove a novembre a Milano (dove l’attrice abruzzese era impegnata nelle repliche de “La signorina Else” per la regia di Federico Tiezzi, ndc) abbiamo approfondito il testo per capire quali zone mettere in luce, che tipo di sguardo privilegiare. Mi sono concentrata sulle linee guida più forti tra i personaggi, per suscitare scambi emotivi con lo spettatore. Con Vallozza ci siamo confrontati e abbiamo messo a punto anche tagli, ma sempre rispettosi della scrittura di Donatella, della storia, delle ambientazioni, della lingua. La sua scrittura rimane anche in scena, con il dialetto, le inflessioni. La linea narrativa del racconto si dipana in italiano, i ricordi in dialetto. Il romanzo a volte è terrigno a volte molto dolce, un equilibrio che abbiamo cercato di mantenere».
Cosa ha più messo in luce?
«Mi sono concentrata molto sul rapporto tra le due bambine, l’Arminuta e la sorella minore Adriana. Ho visto la loro come una storia di sopravvivenza. Mi interessava capire come da un’assenza così forte della genitorialità – sia la “madre del mare” che la “madre della montagna” non hanno la mano tesa – una bambina riuscisse a sopravvivere. La storia di sopravvivenza s’identifica nel rapporto tra le due bambine, nel loro aggrapparsi reciprocamente per salvarsi dall’essere “gettate nel mondo”».
Beatrice Vecchione, con lei in scena, è Adriana?
«È Adriana, ma soprattutto una figura in dialogo con la memoria. Non è una messinscena realistica, che avrebbe richiesto tanti personaggi. È il compimento di un viaggio nella memoria della protagonista, nella sua relazione con i ricordi che ti segnano e ti cambiano. Tutto è evocato, cercando una vicinanza alla bellezza del testo, alle sue atmosfere, ai sentimenti. Nello spettacolo ci sono salti temporali molto forti. Un gran lavoro di drammaturgia sonora è stato fatto da Dario Felli, per immergere lo spettatore nelle atmosfere della storia. Così le scene di Gregorio Zurla, in cui il mare ha una centralità importante. Un lavoro intenso è stato fatto dall’assistente alla regia Alessandro Businaro, un ragazzo che farà molto parlare di sé. È un gruppo di lavoro di giovanissimi, 23-27 anni, di cui sono orgogliosa, che spero di tenermi stretto».
Donatella Di Pietrantonio è stata presente o ha dato carta bianca?
«È stata molto discreta. Ha lasciato carta bianca con molta fiducia. So che era contenta che facessi io questo lavoro, ma non ci siamo mai incontrate. Lo spettacolo sarà una sorpresa per entrambe».
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