Lino Guanciale a “Storie”: la tv, il teatro e la politica una vita sotto i riflettori

Parla l’attore di Avezzano che interpreta il Commissario Ricciardi «Guardo le persone camminare in strada e mi faccio i film in testa»
Televisione, teatro, ha scritto un libro che si chiama “Inchiostro”, un passato da giocatore di rugby e un presente da protagonista della politica con il Pd. L’attore di Avezzano Lino Guanciale è l’ospite di “Storie - Le Emozioni della Vita”, il programma di Rete8 in collaborazione con il Centro, in onda questa sera alle ore 21. «Mi stupisco delle piccole cose», racconta. Lui, che guarda due persone camminare in una strada affollata e «mi faccio un film in testa sulla loro storia».
Si ricorda la prima volta che è andato a votare?
«Avevo 18 anni ed era il 1997. Si votava, credo, per una serie di referendum. È stato emozionante: ho sempre creduto tanto nel fatto che il voto sia, come diceva don Milani, uno strumento con cui tutti possiamo incidere sulla nostra società. Il voto e lo sciopero sono i modi in cui, in democrazia, si può fare politica attiva. Esercitare per la prima volta quel diritto è stato molto bello».
Elly Schlein, la nuova segretaria del Pd, l’ha definita «un grande attore, un intellettuale impegnato che ricorda sempre le parole di Gian Maria Volonté: quel che si fa sul palcoscenico è sempre un atto politico». E lei invece come definisce Elly Schlein?
«Elly Schlein non è soltanto una grande promessa: è una strada che sono felice che il campo progressista abbia deciso di percorrere in questo momento. Rappresenta una filosofia di vita e di relazione con il mondo per le priorità che ha in agenda: è un percorso al passo con i tempi che viviamo. È giusto che ci siano punti di vista diversi ma questi punti di vista non devono essere anacronistici».
Quando lei era ragazzo, erano ancora gli anni della Democrazia Cristiana: lei cosa pensava della Dc all’epoca?
«Nel paese di mio padre, a Collelongo, d’estate c’erano due feste: la festa dell’Unità, di chi stava a sinistra, e la festa dell’Amicizia, di chi si riconosceva nel campo cattolico. E io frequentavo tutte e due le feste. Vengo da un paesaggio infantile in cui la potevi pensare come volevi ma, se eri una brava persona e facevi bene il tuo compito in società, avevi diritto di parola da un lato e all’altro del campo. Sono cresciuto in una casa in cui si votava Dc ma, dai miei, ho imparato a non demonizzare chi non la pensa come me e non sono stato demonizzato da nessuno nella mia famiglia, compresi i miei cugini che di certo non la pensavano come me. Questa capacità di tenere insieme mondi diversi è l’imprinting più importante che mi ha dato la mia famiglia e che spero di lasciare anche a mio figlio. Quindi, non demonizzo la balena bianca: è stata una pagina importante per il nostro paese, una pagina non chiusa perché ci sono voti che vanno e vengono».
Le hanno mai chiesto di candidarsi alle elezioni?
«Sì, è successo, ma ho sempre detto che il mio percorso attuale è incompatibile con una candidatura a qualsiasi livello ma non posso escludere che, un domani, a valle di una certa parte della mia carriera, non possa accadere. Ma candidarsi non è l’unico modo di interessarsi della politica».
Lei ha detto: «I politici sono la fotografia di ciò che siamo»: com’è questa foto?
«Ora è una foto un po’ sfocata. Nella prima Repubblica, ci sono state teste politiche di altissimo livello, sia da una parte che dall’altra, ma c’è stata anche un’attitudine diffusa alla corruzione che nel nostro paese non è morta ma si è nascosta e ha preso altri rivoli. Mi piace pensare che la mia generazione e le successive siano meno sedotte da certe idee e da un certo uso individualista della propria posizione di potere. Bisogna cominciare a intendere che se questa fotografia è sfocata è perché siamo sfocati noi: è sfocata l’idea della politica che abbiamo e bisogna ridarle contorni nitidi».
Se dovesse scegliere un premier tra Giorgia Meloni, Salvini, Conte o Renzi, chi sceglierebbe?
«Cambio Paese probabilmente e vado in un altro Paese in cui me ne posso scegliere un altro. Rispetto molto le posizioni diverse dalla mia e devo dire che dell’attuale premier non si può non rispettare l’intelligenza politica, capace sì di talune malizie nella composizione del proprio consenso e anche di una lucidità di percorso e tutto sommato anche di coerenza, ma senz’altro non mi rappresenta. Gli altri nominati sono ancora più lontani da me. Devo dare atto, però, a Giuseppe Conte di aver gestito in maniera decorosa la pandemia, ma determinate ipotesi politiche e non mi rappresentano. Matteo? È un bellissimo nome ma, per me, andare in un Paese in cui un premier si chiama Matthew sarebbe più sano».
Il suo amico fraterno Michele Fina è stato eletto senatore: da allora litigate più spesso o non è cambiato niente?
«Il rapporto tra me e Michele è bello soprattutto perché fatto anche di tante prese in giro e di grande affetto. Michele, grazie al suo percorso, può andare a testa alta in ogni contesto: si interessa di politica da quando era ragazzo e ha costruito la sua vita intorno a questa passione che non è dissimile da quello che ho fatto anch’io, ma in un altro ambito. Siamo speculari: lui non ha mai smesso di guardare alle iniziative culturali e io non ho dimenticato quello che pensavo della politica».
La prima volta che ha recitato se la ricorda?
«La prima volta che ho recitato è stata al liceo classico di Avezzano, nella mia città, in un saggio di fine laboratorio scolastico. Avevo già 19 anni ed era l’ultimo anno delle superiori. Io mi trovavo al classico, pur essendo del liceo scientifico Pollione, perché all’epoca con il preside c’era un clima di grandissima tensione».
E perché?
«Ero stato un po’ interdetto dalle attività extra scolastiche. Poi con il preside, Angelo Bernardini, ci siamo riappacificati. Ma all’epoca ero rappresentante d’istituto ed era stata fatta una autogestione particolare, con un clima di forte interesse a livello politico e i cineforum erano sempre affollatissimi. Ricordo l’anno della maturità come uno dei più belli della mia vita. Nella mia scuola si respirava una grande partecipazione. In quel periodo, il preside era un nemico: ero adolescente e avevo bisogno di un nemico, ma gli riconosco di aver fatto tanto per quella scuola. E glielo riconoscevo anche prima».
Da allora ad oggi, le sue emozioni in scena sono cambiate?
«Mi preoccupo quando non provo la stessa cosa. Quella prima volta è l’evento che mi ha sconvolto la vita».
E qual è il ruolo che le è piaciuto più di tutti interpretare?
«Per il teatro, il progetto che sento tanto mio è “La classe operaia va in paradiso”: sono legato al ruolo che fu di Volonté e che ho portato a teatro con un successo che non mi aspettavo. Per la tv, Ricciardi e la sfida di dare corpo a un personaggio così amato dal pubblico. E poi c’è Cagliostro della Porta rossa con cui ho delle affinità caratteriali».
Invece nel ruolo di papà come si trova?
«Me lo dicevano che sarebbe stato il ruolo più difficile: non pensi troppo quando eserciti la paternità, la eserciti e basta. Io cercherò di essere il miglior padre possibile dando la versione migliore di me a mio figlio ma so che la perfezione non esiste. Sto cercando di accettarlo».
Se incontrasse lei stesso ragazzo, cosa gli direbbe?
«Tante cose. Gli direi di stare più calmo e di non essere così inquieto perché tanto verrà qualcosa che gli farà capire cosa vuole essere e cosa vuole fare. Lo abbraccerei e gli direi: stai tranquillo che la risposta arriverà».
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