Lo avrei proprio preso a pugni (le complicanze dell’amore)

Questo racconto è uno degli undici testi inediti che partecipano al Premio John Fante 2015. Quello che otterrà più condivisioni su Facebook, Twitter, Google plus, Linkedin e Pinteres alle 17 di lunedì 10 agosto sarà premiato nella X edizione del Festival letterario Il Dio di mio padre dedicato a John Fante che si terrà a Torricella Peligna dal 21 al 23 agosto 2015. Per votare questo testo clicca sui tasti di condivisione che trovi nella pagina
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Porca miseria! Ero la sguattera della sua vita. Proprio come una madonnina in una solitudine di preghiere che non vengono mai. Quel farabutto ommioddio che farabutto che è! Gira e rigira, trovava sempre come farsi amare.
E più mi faceva sentire misera e sola, più mi innamoravo di lui e più mi faceva sentire piccola e sottile, più lui era grande e immenso nei miei pensieri. Lo amavo. Ma quelle volte quelle dannate volte lì nel mondo surreale del suo essere i lmiglioredelmondo, lo avrei preso a pugni. Proprio forte! O ddio che rabbia, oddio che nervi!
Spengo la TV. Buio. Chiudo gli occhi e le lenzuola tra i denti. Lo sguardo da microscopio, sempre quel qualcosa da ridire sul mio trucco, sul colore delle calze, sui miei bracciali colorati e le collane vistose, quel suo “ma non vedi che è ancora troppo presto per quegli stupidi sandali?”, “ma che cazzo hai fatto ai capelli?”, “dovresti essere fiera di essere la mia g irl”, “potresti chiamarti con un altro nome? Il tuo sa di vecchio come una credenza”.
Scenico, eccentrico, esuberante, spudoratamente esagerato in tutto. Anche quando dormiva, la sua postura pareva dire: “Avete visto come dormo? Nessuno dorme come me”. Era una chiesa barocca, ma piena zeppa di peccati. Pose da star sulla porta, sul divano e a tavola, per non parlare delle uscite pubbliche, esisteva solo lui. Quei suoi capelli nerissimi e con quelle dita che sempre stringevano una sigaretta e un bicchiere di vino. La sua vita era un teatro, sempre di fronte al suo pubblico. Parlava ad alta voce, faceva delle lunghe pause di sguardi lunghi e appassionati o arrabbiati, e non so perché, seguiti da mugugni o fischietti, e proprio quando ti aspettavi dicesse qualcosa di importante e sensato, proprio quando pensavi “Adesso dirà qualcosa di bello e capirò, ancora di più, perché lo amo”, prendeva la porta e spariva per qualche giorno.
E io, lo amavo ancora di più.
Quando si era stufato di quello che stava facendo in qualsiasi dannato posto fosse o con chiunque fosse, se ne tornava a casa, abbandonandosi tra le mie braccia, chiedendo qualcosa da mangiare e dei vestiti comodi. Con i capelli corti, la barba fatta, il cappello blu elegante, il vestito buono e con un fiore, diceva: “Questo è per te, così non mi rompi più le balle che non ti porto mai niente. Siete tutte uguali”. Se tornava ubriaco, con un taglio sul sopracciglio e con la mano fasciata, diceva di avermi tradito ancora, ma che non era stata una cosa seria.
Ora nel mio letto, sono ancora qui ad amarlo e odiarlo nello stesso momento. Mi sembra pazzesco e surreale. Con tutto quello che mi fa, dovrei odiarlo. Invece, lo amo. Io lo amo. Lo avrei preso a pugni quello lì, ma come farlo dopo queste parole scritte solo per me, scritte su carta antica, con una calligrafia da opera d’arte?
Accendo l’abatjour.
Luce. Faccio un respiro e, tra le lenzuola, riprendo la sua lettera.
“Camilla, io ti amo. Io ti amo. Tu questo non lo sai. Ma come dirlo a quella tua testolina da scemetta? Quando non ti vedo per un po’, neppure il mare, neppure le nuvole bianche del cielo, neppure la vecchia quercia di campagna dove siamo andati al primo appuntamento e dove ti ho letto poesie di Pasolini, ti ricordi?, neppure l’odore di mia madre quando ero piccolo, neppure il profumo del dopobarba di mio padre quando si affacciava dalla porta del bagno e io sgambettavo veloce in cucina, neppure la perfezione degli archi di Boccherini, neppure i contorti e meravigliosi segni della Guernika, mi possono consolare. Niente! Neppure un corpo di donna tutto per me per tutta la notte, neppure le mie fantasie più profonde, sostituiscono il tuo essermi vicino. Tu sei il vino e io mi sono ubriacato di te.
Sì, Camilla, tu sei il vino della mia vita, tu sei un vino rosso dell’annata migliore dei vini e tu sei la vite, sei la terra ricca, sei l’acino, sei il seme, la buccia e la polpa, sei il sole e la pioggia, sei la raccolta, la pigiatura, la botte antica, il fermento, il vetro, il sughero e il bicchiere. Tu sei la bocca. Sei gustosa e tenera, sei fresca e appassionante con un retrogusto di gioia, pace, amore e tranquillità. Sei vita, s ei la vita, tu sei m ia vita scapestrata che torna in pace, tu sei la chiave che riaggiusta la mia testa, sei le regole che mi hanno salvato tante volte, o mia Camilla. Guido con gli occhi chiusi e tu sei come i freni della mia Mustang lanciata a velocità su Hollywood Boulevard tra le palme che mi urlano “Che stupido! Che arrogante che sei Arturo! Apri gli occhi Arturo! Riconosci l’amore Arturo!”. Ti guardo muoverti in casa, le tue gambe morbide, i tuoi seni piccoli e democratici, i tuoi occhi dittatoriali, le tue caviglie da ballerina, che belle! Vorrei essere le tue spalle e la tua nuca per accogliere i tuoi capelli, vorrei essere il tuo naso per guardare dall'alto le tue labbra, vorrei essere il tuo silenzio per ridare all’Universo le giuste proporzioni che l’amore che ho per te ha scardinato, annullato, distrutto”.
Spengo l’abatjour, chiudo gli occhi, al buio. Il mio cuore corre veloce nella notte. Lo amo.
Lui è una strada che porta verso un grande muro di cemento. S beng! Lo avrei proprio preso a pugni quando faceva così. Davvero! Proprio forte!
Tutto di lui, tutto di me, tutto il mondo mi diceva di frenare, ma io ero lì che, ogni giorno, nell’incoscienza pura dell’Amore, con gli occhi chiusi e i denti stretti, acceleravo e morivo sempre di più. Sbeng!