Lo sguardo di Tano «Vince chi è capace di non dimenticare...»

31 Maggio 2015

All’Aquila D’Amico il fotografo delle proteste sociali anni Settanta «Dobbiamo guardare il mondo in maniera diversa per cambiarlo»

L’AQUILA. «Quello che mi ha sempre interessato sono gli esseri umani che come me tentano di uscire dal mondo in cui viviamo. Io amo le persone a cui va stretto il mondo, io amo gli insoddisfatti, quelli che non si accontentano della vita che c'è, che vogliono qualcosa sia meglio della vita che abbiamo vissuto».

Tano D'Amico, siciliano di Filicudi, 73 anni, fotoreporter di testate come il manifesto e l'Unità, ha raccontato con le sue immagini oltre 40 anni di storia italiana passando attraverso i momenti più delicati della vita della nazione: il '68, gli anni di piombo, le proteste delle donne e degli operai. Ma lo ha fatto sempre con un occhio rivolto agli ultimi, ai poveri, ai diseredati, ai senza casa.

Ieri sera, all’Aquila, a Casematte all'interno di Collemaggio, nel fortino nato dopo il sisma del 2009 e diventato punto di ritrovo di una parte dei giovani aquilani, Tano D'Amico è arrivato a raccontare la sua storia per la prima delle due giornate organizzate dal comitato 3.32, nato anch’esso dopo il terremoto. Nel corso della serata è stato proiettato il video “Il fattore umano” un documentario di Matteo Alemanno e Francesco Rossi sul “Fotografo dei movimenti” Tano D’Amico. Mercoledì 3 giugno è previsto il secondo appuntamento con la presentazione del libro di Paola Staccioli “Sebben che siamo donne. Storie di rivoluzionarie”.

«Cambiare il mondo, e questa è una lotta eterna», il racconto di Tano D'Amico si snoda davanti a un bicchiere di vino, passeggiando nel parco dell'ex ospedale psichiatrico di Collemaggio. Più tardi confesserà che proprio quel bicchiere lo ha aiutato a superare l'impatto di trovarsi davanti ai microfoni. «A Palermo c'è un affresco di oltre 500 anni fa che era stato coperto da nerofumo, perché dice bene quello che io dico male da molti anni, ovvero che l'immagine nasce dagli insoddisfatti. E' un po' quello che ha continuato a ripetere Picasso per tutta la vita. L'immagine nasce dai poveri, l'immagine nasce da quelli che mettono in discussione i regimi in cui si vive, i regimi osceni in cui ho vissuto io, se è vero che vogliamo cambiare il mondo, la prima cosa che deve cambiare è il modo di guardare».

Nelle sue parole traspare molta amarezza. «Questa è una battaglia persa, la lotta sulla memoria è molto più violenta e tremenda di quella che c'è sul potere attuale. Non è solo chi vince e chi perde, vince chi è capace di rimanere nella memoria. Noi oggi vediamo persone sterminate per le lotte del potere, episodi finiti nel sangue, eppure quelle persone continuano a vivere nella memoria. Il modo di guardare dei pittori, il modo di guardare degli artisti di ogni secolo, è quello degli insoddisfatti».

Tano D'Amico era già venuto all'Aquila due anni fa, per una mostra sul terremoto di un fotografo locale, Marco D'Antonio. «Più che una singola immagine, io cerco qualcosa che mi tenga compagnia, non guardo le immagini con l'occhio del maestrino, ma con l'occhio del mendicante».

Il discorso scivola un po' sulla politica, sulle lotte del passato, su quelle che erano le aspettative di allora e i risultati di oggi, e viene da chiedersi se ne valesse la pena. «Non lo so», risponde D’Amico, «per gli altri non lo so. Ne è valsa la pena per me, perché il lavoro è la mia educazione. Io lavoro ancora oggi, a 73 anni, per educarmi e per tentare di capire quello che capita intorno a me e con me. Ho visto morire delle persone e le ho viste morire da sole, e io so che anche io morirò da solo, come si muore negli ospedali senza che nessuno ti tenga la mano. Ma non mi sento figlio delle immagini di Tano D'Amico, io penso di essere figlio delle immagini degli altri».

«Oggi si parla molto di resistenza, ma in realtà da allora ad oggi non c'è stato un vero cambiamento, la resistenza non ha prodotto un nuovo modo di vedere. Con tutto il rispetto e l'amore profondo per quelli che sono morti per un mondo diverso, i sopravvissuti questo mondo nuovo non lo hanno costruito».

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