Lo storico: «La cristianità si salva con il perdono e l’incontro con l’altro»

«È importante recuperare uno dei valori fondanti del Cristianesimo, come la misericordia, liberandoci dagli orpelli della sua storia». Stefano Trinchese, 57 anni, pescarese, storico della Chiesa e...
«È importante recuperare uno dei valori fondanti del Cristianesimo, come la misericordia, liberandoci dagli orpelli della sua storia».
Stefano Trinchese, 57 anni, pescarese, storico della Chiesa e del cattolicesimo italiano ed europeo, è direttore del dipartimento di Lettere, arti e scienze sociali dell’università d’Annunzio di Chieti-Pescara. Allievo di Pietro Scoppola, Trinchese ha all’attivo saggi come “Roncalli e von Papen. Rapporti diplomatici e strategie d'impegno comune di due protagonisti del XX secolo” (edizioni Sei, 1996) e “La repubblica di Weimar e la Santa Sede tra Benedetto XV e Pio XI (1919-1922)” (Edizioni scientifiche italiane, 1994).
«La fede delle origini», spiega Trinchese, «si basava quasi integralmente sulla misericordia. Poi ci siamo allontanati, dal punto di vista religioso e culturale, dalle basi del Cristianesimo. Quindi, è importante questo recupero che la Chiesa di Papa Francesco fa, nel senso della purificazione della dottrina e del riaccostamento alle origini che possono salvare il Cristianesimo dallo scadimento di una fede solo civile, che Scoppola chiamava “di facciata”».
Nella misericordia c’è anche la nozione del perdono che si concede, che è una virtù difficile da praticare. «Sì», prosegue lo storico, «nell’idea di misericordia c’è anche il tentativo di recupero dell’altro. Questa è una dottrina che Papa Giovanni XXIII lanciò, per così dire, con il Concilio Vaticano II, sostenendo che la base stessa del rinnovamento della Chiesa post-conciliare fosse la medicina della misericordia. Papa Roncalli parlava di medicina perché è ciò di cui aveva bisogno un ammalato di egoismo come la Chiesa dell’epoca; quella era la Chiesa che ancora, nelle omelie e nelle prediche, proclamava la maledizione degli ebrei perché deicidi e parlava dei musulmani come di infedeli, usando termini che offendevano l’Islam».
«Sul piano politico», aggiunge Trinchese, «mettere al centro del Giubileo straordinario la misericordia significa che bisogna aborrire la logica dello scontro di civiltà che è quella che favorisce gli attuali estremismi come quello dell’Isis. E’ necessario uscire dalla concezione secondo cui la tutela della fede salva la cristianità. Non è vero: non si salva la cristianità con la tutela della fede, ma con l’incontro con l’altro e con il perdono. Io ritengo che il Cristianesimo dovrebbe allontanarsi dalla forma storica della cristianità che difende la fede e avere il coraggio di fare la traversata del deserto portandosi in mezzo alla gente ma senza l’atteggiamento, tipico della cristianità, di imposizione della dottrina ai non credenti, perché è la sacralizzazione della società che è stata a lungo propalata dalla cristianità a determinare le spinte contrarie da parte di altre religioni».
«Insomma», conclude Stefano Trinchese, «bisogna riproporre una concezione della fede come ritorno al messaggio evangelico originale, per riportare la Chiesa alla comunione dei fratelli che caratterizzava la Chiesa delle origini. E questo significa rinunciare alle posizioni rassicuranti di una cristianità che se ne resta chiusa nel suo castello a difendersi».
(g.d.t.)
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