Lodola a Pescara: «Il ponte del mare lo farei rosa bordello»

PESCARA. «Senza la luce non saremmo nulla. La luce è un po’ come un'incubatrice, è la protezione di cui abbiamo bisogno per sopravvivere al buio che ci circonda, una terapia. Perciò non mi reputo un...
PESCARA. «Senza la luce non saremmo nulla. La luce è un po’ come un'incubatrice, è la protezione di cui abbiamo bisogno per sopravvivere al buio che ci circonda, una terapia. Perciò non mi reputo un artista ma un semplice elettricista». Marco Lodola: la provocazione è nelle sue corde.
Ma è un modo per catturarti nella voragine di umanità malcelata dietro quella parlata strascicata da artista maledetto. Che fa sul serio. Lo raggiungiamo al telefono, nel suo loft a Pavia. Dove il poliedrico artista (classe 1955) di fama internazionale, ha pensato di illuminare un ponte. «Col permesso del Comune di Pescara colorerei anche il Ponte del Mare, lo farei rosa bordello», ride forte, ma torna subito serio. Illuminerebbe di colore palazzi, piazze, strade, dice, per rischiarare le tenebre intorno. Così ci anticipa della mostra “Réclame” che si prepara a inaugurare domenica a Pescara. Vernissage alle 18 da Arte Pentagono, sulla Nazionale Adriatica Nord (www.artepentagono.com).
Una mostra di sculture luminose in plexiglass dentro e fuori l'accogliente open space diretto da Susanna Di Lorito e Lorenzo Pincelli. «Perché fuori, sulla strada», rivela Lodola, «dove in tanti passano e neanche sanno chi sono e cosa faccio, per me è più stimolante. Mi interessa attirare con le luci e i colori l'attenzione di chi è ignaro di quello che accade nello galleria o museo e non si è mai avvicinato a queste cose. L'arte è per tutti, non sopporto le élite culturali. Penso che l'arte è decorazione pura, è innocua, non può cambiare il mondo, è qualcosa di spettacolare da ammirare. E stop. Ma non è una cosa negativa!»
Luci, colori, neon, lampade, decorazioni pop: Lodola, la sua produzione ricerca la spettacolarità. E poi?
«E' tutta pubblicità, réclame, avvisi luminosi per dirla con Marinetti. La mia è una pittura on the road. Che non significa street art, quella è un'altra cosa. A me interessa catturare l'attenzione di chi non mi conosce e si trova a passare di lì. Perciò metterò una scultura fuori della galleria. Non disdegno gallerie e musei, ma tra il palco degli 883 o un supermercato e una mostra in galleria preferisco le prime due. Ora si arrabbierà Pincelli, il titolare di Arte Pentagono...».
In copertina del catalogo c'è la Vespa, una delle sue icone preferite. Lo sapeva che la Vespa Piaggio è stata progettata da un ingegnere abruzzese, Corradino D'Ascanio?
«Mi piace questa storia dell'inventore di un mezzo che ha attraversato la vita di tante generazioni. Avrei potuto aprire un secondo museo della Vespa per quante ne ho illuminate elettricamente, solo che le mie non funzionano... Comunque l'Abruzzo mi piace moltissimo con il suo dialetto, è un posto che associo a episodi sempre gratificanti. Ricordo le mie sculture sul corso principale di Chieti qualche tempo fa e un mio pezzo luminoso sul balcone di un palazzo storico di Campo di Giove. Questa di Pescara è una mostra importante».
Come vive l'artista un momento di grande difficoltà come questo?
«Trovo ridicolo parlare del ruolo dell'artista. Per me l'arte, da sempre, non può cambiare niente. Affrontare temi come la morte, la politica, il sesso, non sposta di una virgola quello che accade nella realtà. Neanche un'opera come Guernica è capace di tanto. La Cappella Sistina è bella da svenire, ma non è quello che cambia il mondo. Propongo di vendere il nostro patrimonio artistico non sfruttato, mal visto e male utilizzato. Con il nostro potenziale di capolavori d'arte mai mostrati al pubblico e nascosto nei sotterranei del Vaticano, opere di immenso valore che vedono solo in pochi, si potrebbero sfamare gli affamati. Le venderei tipo agli americani, che non hanno un c...di storia. Ma nessuno ci pensa in questo momento di grande difficoltà».
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