Lucia aggredita e sfregiata: «Ho scoperto di essere forte»

Annibali presenta oggi a Pescara il suo “Io ci sono. La mia storia di non amore” «Racconto con positività la mia vita dopo quella sera, non un fenomeno sociale»
PESCARA. Testimoniare che si può rinascere dopo che hanno cercato di annientarti, testimoniare che si può ricominciare a vivere – sperare, gioire, amare – superando il buio e il dolore con una forza che non si sapeva di possedere, trovandola «con stupore» in fondo a se stessi, ma anche negli altri, quelli che ti vogliono bene da sempre e quelli che incontri su quel tratto di strada difficile e che sanno e vogliono aiutarti.
La storia di Lucia Annibali è nota ai più: giovane avvocato indaffarato, il 16 aprile 2013, torna a casa dopo essere stata in piscina nella sua tranquilla Pesaro e ad attenderla, dentro il suo appartamento, trova un uomo incappucciato che le tira in faccia dell'acido, sfigurandola. Quella stessa notte, grazie al suo lucido racconto, viene arrestato come mandante dell'aggressione Luca Varani, avvocato (condannato a 20 anni per quel crimine), che con Lucia aveva avuto una tormentata relazione troncata da lei nell'agosto del 2012 e che, secondo la magistratura, aveva assoldato per l'agguato due sicari albanesi, poi arrestati a Casalbordino.
Da questa esperienza e dal doloroso percorso ad essa seguito (psicologico e fisico, con 13 interventi chirurgici per ridarle la vista e un volto, senza considerare gli altri a cui dovrà ancora sottoporsi) è nato un libro, scritto con la giornalista Giusi Fasano, “Io ci sono. La mia storia di non amore” (Rizzoli) in cui Lucia Annibali, scrivendo in prima persona, ripercorre la propria vicenda, analizzando tutti quei meccanismi che spesso impediscono alle donne di percepire il pericolo che può annidarsi in una relazione sbagliata. Ma anche raccontando come e grazie a chi – «dai medici che mi hanno curata nel corpo e nell’anima, agli ustionati con cui ho condiviso la paura e il dolore, ai carabinieri che mi hanno ridato fiducia nella giustizia» – questa giovane dall’aria timida a celare tenacia, determinazione e il coraggio di mostrarsi dopo lo sfregio, ha saputo trasformare il proprio dramma in una testimonianza di resilienza, diventando punto di riferimento per molte altre donne.
Il volume verrà presentato oggi alle 17.30 all'Auditorium Petruzzi di Pescara, in un incontro con l’autrice condotto da Maria Rosaria La Morgia, giornalista di Rai Tre Abruzzo.
Lucia, perché ha scritto questo libro?
Mi ha fatto bene scriverlo, era già tutto dentro di me. Avevo messo a fuoco ed elaborato la mia vicenda, quindi è stato in parte certamente “terapeutico” scriverla. Ma più che altro volevo raccontare quello che mi era successo, di cui si sapeva molto poco. È una testimonianza di vita, che serve a me e, spero, agli altri, alle donne soprattutto, ma c'è molto altro. Non mi piace identificare la mia vicenda con una storia di violenza sulle donne, non mi appartiene. “Io ci sono” è un libro che parla a tutti, ai medici per esempio, per dire quanto è importante la vicinanza con il paziente. Per un ustionato poi è fondamentale, perché la sua è una esperienza estrema, tra le più difficili: non sentirsi mai soli e sentirsi accettati incide anche sul tuo aspetto esteriore. Racconto, lo ripeto, una storia di vita, non un fenomeno sociale ma la mia vita. Volevo spiegare come si è arrivati a quella sera e condividere quello che era accaduto a me da quella sera in poi. È un racconto positivo, “curativo”, che fa bene a chi lo legge, non è triste. Dice come io ho reagito, dove sono riuscita a trovare la volontà di reagire.
Dove, in cosa l’ha trovata?
Dentro di me: c’era in me la ferrea volontà di non darla vinta a chi voleva distruggermi. E nelle persone che ho incontrato, che mi hanno aiutato in questo percorso: i medici, persone della mia famiglia, le amiche, i carabinieri con il loro lavoro, nella solidarietà incontrata. E ancora nella speranza nelle cure: ricevere cure più che buone aiuta a vivere meglio il male.
Cosa ha scoperto di sé lungo questo cammino?
Una capacità di resistere al dolore che credevo di non avere, il dolore fisico intendo.
Il sottotitolo del suo libro è “La mia storia di non amore”. Cosa sa ora dell'amore?
Che non è violenza, non è costrizione, aggressività, bugie, mancanza di rispetto. Queste cose si mascherano spesso, la realtà viene manipolata all’inizio di una relazione, ma è anche vero che sei tu che non le vuoi vedere, il sentore lo si ha, bisogna vedere se vuoi affrontare la verità. L'amore è il contrario di tutto questo, è felicita, serenità, libertà, appagamento, tutto ciò che aggiunge qualcosa alla persona. Io mi sono sentita circondata da diverse forme di amore, anche dai medici. Quando stai male l’aspetto umano spiccato di chi ti cura è importante. Dopo il fatto è stato come vivere due vite, vivere nel buio e poi sentire la luce degli affetti, delle persone positive che fanno la differenza nella qualità di vita, da cui ti arrivano cose positive.
Presentando il suo libro che vede in chi l’ascolta e lo legge?
Commozione, sempre. Partecipazione. Ognuno porta a casa un pezzetto di quello che ha sentito, che forse un po’ incide nella vita delle persone.
Ha ripreso a fare l’avvocato?
Per ora no. Perché fisicamente ci sono problemi, perché ho bisogno di tempo, di ricostruire la mia vita.
E cosa le piacerebbe fare?
Mi piace comunicare, incontrare le persone, fare del bene. Potrebbe diventare un po’ la mia vita: fare del bene.
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