Luciano Odorisio: amo troppo l’Abruzzo, non potrei viverci più

13 Maggio 2018

Il regista teatino che nell’82 vinse il Leone d’oro con “Sciopèn” e il racconto spietato della provincia «I giovani fanno bene ad andare via. Io torno spesso ma sono percepito come un corpo estraneo»

Piccoli mondi di provincia. E il dilemma di sempre. Ci vuole più coraggio ad andare via oppure a restare? Chissà, forse una risposta può darla il regista teatino Luciano Odorisio, due anni fa insignito dall’Università d’Annunzio dell’Ordine della Minerva «per aver saputo raccontare la provincia italiana nelle sue contraddizioni e velleità, tenendo a mente la grande lezione di Pietro Germi e tratteggiando una galleria di personaggi che ricordano i beffardi ritratti di Gogol e Cechov». Ma lui, Odorisio, personalità ironica confortata da una grande capacità di osservare, riflettere e far riflettere, taglia corto: «Scappare via, rimanere. Non so. Sono andato via da Chieti poco più che ventenne seguendo il fascino del mondo dello spettacolo. Mio padre suonava il violino ed ho passato tante giornate nella buca degli orchestrali del teatro Marrucino e del Supercinema che ho visto praticamente costruire dalla ditta di mio zio. Poi il grande schermo, i camerini, i trucchi, le parrucche, i copioni. Dovevo provarci, dovevo andare. E mi ritrovai a Roma dove il mondo della dolce vita magari non c’era più ma potevano comunque essermi offerte delle opportunità».
Opportunità che si concretizzano nell’interpretazione di alcuni film, tra cui due western, poi il grande passo verso la regia e, nel 1982, il cordone ombelicale mai reciso con la propria città lo porta a girare “Sciopèn” con Michele Placido, Adalberto Maria Merli e Giuliana De Sio. Commedia di costume sulla vita di provincia piena di pettegolezzi, intrallazzi e invidie. Uno spaccato ironico e al tempo stesso malinconico di una realtà animata da personaggi che ruotano attorno all’ambizioso e velleitario progetto di ricostituire una grande orchestra stabile. Non se ne farà nulla, ma il dialogo finale tra i due protagonisti con quel «abbiamo quarant’anni, è il nostro momento» appare amaro ed emblematico.
«In fondo, sono due perdenti. Sia chi è rimasto, sia chi si è trasferito a Milano. La storia è ambientata a Chieti ma potrebbe svolgersi in qualsiasi altra piccola realtà. Basti pensare al grande successo che la pellicola ha avuto in Australia e negli Stati Uniti».
Ma Luciano Odorisio potrebbe tornare a vivere in Abruzzo?
«Impossibile. Perché, può sembrare un paradosso, amo tantissimo la mia terra e la mia città. Torno spesso ma noto come, dopo un paio di giorni, la mia presenza viene percepita come un corpo estraneo. Devi andar via perché esperienza e competenza spaventano quei piccoli gruppi di potere che, attraverso i loro meccanismi, finiscono per decidere tutto senza capire niente».
A prevalere, dunque, la necessità di trasferirsi altrove.
«I giovani, purtroppo, fanno bene ad andare all’estero. Perché anche in una dimensione importante come Roma, che non è più quella dove arrivai oltre cinquant’anni fa, prevalgono ormai certe logiche, tipiche proprio del mondo di provincia».
Nel 1988, intanto, Chieti torna a trasformarsi in un set con le riprese di “Via Paradiso” interpretato da Michele Placido, Angela Molina, Guido Celano e Fiorenza Marchegiani. Ritratto premonitore di una città che comincia a perdere pezzi attraverso la cessione di un cinema ad un gruppo di acquirenti americani. Cessione tormentata anche per il riaffiorare di una vecchia storia d’amore del protagonista. Ancora una vicenda di grande umanità caratterizzata e scandita da illusioni e disinganni, ancora tanti personaggi tipici di una realtà che Odorisio conosce in tutte le sue sfaccettature.
«Quell’anno, sul tema delle sale cinematografiche destinate a chiudere uscirono altri due film, ovvero “Splendor” di Ettore Scola e “Nuovo Cinema Paradiso” di Giuseppe Tornatore. Forse non è un caso. Il mondo cominciava a cambiare in fretta, troppo in fretta. La televisione o, per meglio dire, una certa televisione iniziava ad imporsi con prepotenza assieme ad una cultura che non poteva non mortificare opere letterarie o cinematografiche di qualità. Tutto qui».
L’ironia di sempre, sospesa tra voglia di sognare ed estrema concretezza.
«Spesso penso che a Chieti, se non avessi vinto il Leone d’Oro, nessuno avrebbe poi tanto considerato il mio “Sciopèn”. O forse no. Inutile girarci attorno. Resta un solido rapporto con le mie origini ed apprezzo l’impegno di quanti cercano di documentare e far muovere l’intero territorio come, ad esempio, il direttore del dipartimento regionale Cultura, Turismo e Paesaggio Giancarlo Zappacosta che, attraverso un bando, è recentemente riuscito a sbloccare fondi da destinare ad opere audiovisive o cinematografiche legate all’Abruzzo. Spesso ci si scontra, però, con difficoltà di ogni genere. E’ così. Torno a Roma ma resto sempre disponibile».
La prima volta dietro la macchina da presa pensando ad un regista ?
«Impossibile non guardare verso Charlie Chaplin o Vittorio De Sica».
Qualche nome tra i tanti attori con i quali ha lavorato?
«Un legame particolare con Lando Buzzanca, grande professionista nel ruolo del commissario Vivaldi in una serie televisiva di successo. Quasi scontato parlare della bravura di Giancarlo Giannini e dello stesso Michele Placido. Poi c’è Elena Sofia Ricci che nel 1990 vinse un David di Donatello ed ottenne altri riconoscimenti come attrice protagonista in “Ne parliamo lunedì”. Tempo fa mi ha detto che Paolo Sorrentino l’ha scelta per il suo ultimo lavoro proprio perché adora quel mio film. Sono cose che fanno piacere. E poi Elena è davvero brava. Bella e brava».
Quanto mai attivo il Luciano Odorisio che incontri in un ristorante sulla spiaggia di Francavilla al Mare. Sempre incisivo ed aggiornato il blog “Note di Sciopèn”, tra attualità, riflessioni e ricordi, ed attenzione ora tutta concentrata sull’uscita, a luglio, del suo primo libro.
«Una serie di racconti per la casa editrice teatina Il Viandante di Arturo Bernava partendo dalle prime esperienze di attore assieme all’amico Guido Celano. Non voglio anticipare nulla ma, ovviamente, c’è tanto di me in quei racconti. E se ora mi chiede di ricordare il posto del primo bacio, beh, non saprei. Ma il pontile di Francavilla potrebbe andare bene. Forse è successo davvero lì. Sono un sognatore ed allora va bene. Diciamo il pontile, una sera d’estate. Può scriverlo». Accontentato.
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