Lucrezia Guidone, ragazza nella nebbia «Uno choc l’incontro con Ronconi»

11 Novembre 2017

L’attrice pescarese interprete del film di Carrisi racconta una carriera iniziata con il regista  «Non ho dovuto fare grandi lotte, non ho alle spalle una storia affascinante di adolescente ribelle»

Uno sguardo febbrile, un volto dalla bellezza moderna e inquieta, un’affabulazione travolgente ed entusiasta, in cui la parola “nutriente” ricorre spesso. È come affamata di arte e di vita Lucrezia Guidone, la brava attrice pescarese in questi giorni al cinema nell’opera prima del giallista Donato Carrisi “La ragazza nella nebbia”. Viene dal teatro Lucrezia, allieva di Luca Ronconi, ora al lavoro con un altro mostro della scena, Federico Tiezzi. Vola spesso a New York, per continuare a studiare e a sfidare se stessa. Ma non dimentica le radici pescaresi, tanto da gioire come una bimba per il Premio Flaiano nella sua città.
Lucrezia, a cosa sta lavorando?
Sto per riprendere “La signorina Else”, spettacolo di Federico Tiezzi che ha debuttato a giugno a Pistoia in un teatro anatomico, per 26 spettatori alla volta. Un’avventura meravigliosa, a pochi centimetri dal pubblico, ne potevi sentire il respiro. Sempre con il maestro Tiezzi, a marzo debutterò al teatro Argentina nell’“Antigone”, una produzione Teatri di Roma. Antigone è il banco di prova per un’attrice. Farlo a trent’anni è una sfida. Sono molto emozionata.
Colloca Tiezzi tra i suoi maestri?
L’incontro con lui è stato molto importante. È una guida forte nel teatro odierno. Un incontro che mi ha molto nutrito, non posso che essergli grata per i personaggi meravigliosi che mi ha affidato e che mi hanno dato tanto. È una persona ricca umanamente, e nel suo lavoro di regista contamina il teatro con la storia dell’arte e della musica. I suoi spettacoli sono quadri parlanti.
Com’è nato l’incontro con Luca Ronconi?
All’ultimo anno di Accademia ci hanno fatto fare un seminario di fine anno con Ronconi nella sua scuola in Umbria. Eravamo un gruppo ristretto, 16 allievi. In seguito, dopo i sei mesi a New York alla scuola di Strasberg, mi è arrivata la convocazione per un provino a Spoleto per giovani diplomati e sono stata presa. Il percorso con Ronconi, durato vari anni, è stato bellissimo.
Che eredità le ha lasciato il maestro?
Una bella eredità. L’incontro con lui è stato scioccante. Avevo le mie certezze di giovane attrice. Lui le ha scardinate, spingendomi a rischiare di più, andando verso l’interpretazione personale. “Lo studio serve prima”, diceva. Tra le mille cose che mi ha insegnato c’è soprattutto l’attenzione a essere unici. E a prendere il pubblico per mano, dicendogli “Vieni con me, e solo con me”. E poi i diversi livelli di lettura del testo, non c’è un unico modo di vedere le cose.
E l’esperienza a New York?
A 24 anni, dopo l’Accademia, sentivo il bisogna di confrontarmi col Metodo Strasberg, che non appartiene molto alla nostra cultura teatrale, e con la recitazione in un’altra lingua. Ho lavorato anche con coach private, Susanne Batson e Jordan Bayne. Ogni volta che ho tempo libero torno lì, per seminari, lezioni. New York mi ricarica. Mi piacerebbe restare. Per fortuna sto lavorando molto qua. Ma è una cosa che vedo nel mio futuro.
La famiglia ha condiviso le sue scelte?
I miei genitori mi hanno sempre appoggiato. “Però devi studiare”, mi dissero quando scelsi l’Accademia. Sono andata via da Pescara a vent’anni. Tuttora la mia famiglia mi sostiene e mi segue. Non ho dovuto fare grandi lotte, non ho alle spalle una storia affascinante di ragazzina ribelle. Mia madre insegna musica, è pianista, mi ha trasmesso questa passione. Purtroppo a Roma non ho il pianoforte. Però ascolto da mattina a sera molta musica classica, jazz, bossanova.
Quali personaggi ama interpretare?
Aspiro a personaggi dai grandi gesti e ambizioni. Qualcosa di rotto, anziché tranquillo. Mi piacerebbe attraversare anche la follia.
A Venezia ha presentato “Dove cadono le ombre” di Valentina Pedicini. Un’opera prima sulla storia delle persecuzioni nella civile Svizzera alla minoranza nomade Jenisch. Cosa l’ha colpita del progetto?
Mi sono innamorata di Valentina al primo incontro. Le ho detto sì a scatola chiusa. Sentivo la sua necessità di lavorare a questa storia. Mi ha fatto tremare. Valentina conosce la scrittrice Mariella Mehr, che ha raccontato nei suoi libri la terribile storia in cui fu una delle tante piccole vittime del programma di eugenetica. Valentina è una giovane regista con qualcosa di importante da dire. Le auguro ogni fortuna. Nel film ho una scena importante con Federica Rosellini, che ritroverò nell’“Antigone”, sarà mia sorella Ismene.
Ha ricevuto premi importanti, Ubu, Duse, Flaiano.
I premi danno la carica, oltre a una bella dose di responsabilità. Il Flaiano è stato un grande regalo, non hai idea la felicità. Una specie di Oscar nella mia città. Un premio che vedevo da bambina, sognando un giorno di riceverlo.
Ha fratelli, sorelle?
Ho una sorella più piccola che adoro, Ludovica. È una ragazza di vent’anni, più matura di me sotto tutti i punti di vista. Siamo molto legate. È il mio + 1 ufficiale a tutte le prime.
Com’è andata col regista Carrisi sul set de "La ragazza nella nebbia"?
È stato bello lavorare con lui. Come regista ha una carica molto forte, essendo anche l’autore del romanzo. Aveva in testa tutto il background del libro. Quando gli chiedevi qualche chiarimento, lui ti spiegava il personaggio andando oltre quanto scritto nella sceneggiatura. Sul set aveva le idee chiare, non ha mai perso il filo. Dice di scrivere i suoi libri per immagini, probabilmente sul set aveva lo storyboard in testa.
E con gli altri attori?
Una scoperta. Non personaggi irraggiungibili. Lavorando con grandi attori ho scoperto che proprio i più grandi sono i più generosi. Avevo tutte le mie scene con Alessio Boni. Il rapporto con lui mi ha insegnato tanto. Anche con Toni Servillo e gli altri attori, nei due mesi passati sul lago di Carezza, ho vissuto momenti di condivisione e confronto. Di Servillo ero già innamorata teatralmente, è carismatico e nutriente.
Clea, il suo personaggio, è un’avvocata che rinuncia alla carriera per seguire il marito. Farebbe mai un tale sacrificio per amore?
Clea però lo fa soprattutto per la figlia. Non so cosa farei un domani diventando madre. Oggi ti dico di no. Rinunciare a qualcosa di così importante significherebbe perdermi. Sono innamorata, ma voglio dare a questa persona una parte di me viva e felice, non malata.
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