Luigi e la pietra bianca che nelle sue mani è materia dei sogni

Pubblicato un prezioso catalogo delle opere di D’Alimonte faber e genius che scolpisce e accarezza “pezzi” di Maiella
di Federica D’Amato
PESCARA
Qual è l'unica signora davanti alla quale anche la pietra diventa morbida e si fa forgiare? La signora Arte, quella che da millenni agita il cuore dell'uomo col battito segreto dell'eternità. Lo ha ben inteso Luigi D'Alimonte, lo scultore abruzzese, originario di Cugnoli, che partendo dal cuore antico del suo scabro mestiere – un artigiano alle prese con pietra e scalpellino – ha deciso di andare oltre, di lavorare la sua amata-odiata pietra bianca della Maiella non più solo con gli strumenti e le intenzioni del faber, ma soprattutto con quelli del genius.
Prova ne è il catalogo della sua più recente mostra “Tra materia e forma. Gli sguardi di Luigi D'Alimonte” (Di Paolo Edizion, a cura di Massimo Pasqualone) che da tempo circola tra le mani degli appassionati e dei collezionisti abruzzesi di scultura (così pochi, e reclusi da una cultura regionale che è stata capace di tutto nei confronti di questa forma d'arte, anche di dimenticare il genio di uno dei padri della scultura italiana, il teatino Costantino Barbella...). Nel volume sono raccolte le opere che testimoniano il percorso artistico di D'Alimonte, dalle origini dei “cuori parlanti” come bocche a rilievo sul piano della lastra di pietra, alle linee abbozzate come fili d'Arianna o come carezze che invitano lo spettatore a seguirne la direzione di sogno; e ancora i profili e le sagome di uomini e donne, ritratti in brevi segni geometrici ed essenziali, catturanti la spigolosità e quindi la profondità della condizione umana, il suo senso di sacrificio quotidiano ben testimoniato dal materiale prediletto da D'Alimonte, come si diceva la pietra della Maiella.
Ed è qui che risiede la convalida artistica del suo lavoro e della sua ricerca: attraverso l'uso di questo materiale, lo scultore riattiva quel dialogo tra materia ancestrale – la pietra delle nostre montagne – e metafisica della domanda – il nostro interrogare la Sfinge, attraverso l'arte, circa il senso ultimo dell'esistenza; un dialogo che sta alla base di tutta la realtà e che queste opere sembrano sussurrarci, con delicatezza, sin dalla prima visione, in una sorta di «elegia della materia», come l'ha definita parlando di D'Alimonte la critica d'arte Ilaria Valentini.
Lo stesso D'Alimonte dichiara di essersi evoluto da un linguaggio semplice ad uno che va verso un vero e proprio «Rinascimento della Materia», quasi a voler entrare in gentile polemica con le arti del virtuale e dell'intangibile così in voga nei linguaggi artistici contemporanei. Un faber-genius, insomma, che torna alle radici della sua etnia abruzzese con gli attrezzi del proprio mestiere al fine di librarsi, attraverso lo studio e la tangibilità del vero, verso gli esiti del concettuale.
Scrive infatti l'artista nella breve introduzione al catalogo: «Il mio desiderio di ricerca ha trasformato un elemento naturale del mio territorio, la pietra della Maiella, in materia creativa. L'arcaico diventa contemporaneo; una mente nuova guida mani antiche a vincere la resistenza dell'informe materia, inseguendo l'idea di chi vuol dare un nuovo ordine alla pietra. L'azione scultorea viene tradotta in profondo svuotamento, e proseguendo con una severa finitura plasma la materia arrivando all'anima; la purezza della forma è liberata dalla pietra, sinuosa e leggera essa si eleva verso l'alto, raggiungendo nuovi orizzonti».
Le opere di Luigi D’Alimonte hanno partecipato a numerose esposizioni, in Italia e all'Estero, ricevendo anche la stima di un critico d'arte severo quale Vittorio Sgarbi. Tra le numerose, sue le opere pubbliche, consigliate da visitare: “Omaggio alla legalità”, ad Ari, in provincia di Chieti); “Tra cielo e terra” monumento per i caduti di guerra, a Città Sant'Angelo, e infine la “Doppia maternità” nella parrocchia della Beata Vergine Maria delle Grazie, a Civitaquana, in provincia di Pescara.
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