Marco Bocci a Spoltore: «Sarà stimolante parlare con chi vede il mio film»

23 Maggio 2023

L’attore e regista umbro: «L’Abruzzo è la mia seconda terra» Sarà stasera al cinema Arca con “La caccia”, la sua favola nera

PESCARA. «L’unione fa la forza, come ne I quattro fratelli ingegnosi dei Grimm. Però lo sguardo di un fratello può far risplendere un’esperienza condivisa che sarebbe stato meglio dimenticare. Vedere se stessi negli occhi di chi si ama ci porta a sentimenti opposti che devono trovare il modo di convivere. La voglia di abbracciarci e quella di fuggire». Il regista e attore umbro Marco Bocci presenta stasera al cinema Arca di Spoltore (ore 20.45, conduce l’incontro il critico Francesco Di Brigida) la sua opera seconda La caccia, un’insolita favola di Natale, nera, livida, spietata. Protagonisti, come nella fiaba tedesca, quattro fratelli, interpretati da Laura Chiatti (Silvia), Paolo Pierobon (Giorgio), Pietro Sermonti (Mattia), Filippo Nigro (Luca), che alla morte del tirannico padre (Peppino Mazzotta) ereditano la villa di famiglia, immersa in un parco. Gli elementi fiabeschi ci sarebbero tutti, una cupa dimora custode di segreti, una foresta in cui perdersi o ritrovarsi, la voce narrante una favola che indica la giusta via, ma Bocci (esordio alla regia nel 2019 con A Tor Bella Monaca non piove mai) cambia segno al genere edificante e spariglia le carte. I fratelli, ritrovatisi dopo anni per decidere dell’eredità, sono variamente indebitati e interiormente disastrati: l’ex tossica Silvia vuol riscattarsi come madre, grazie alla gestazione surrogata di una prostituta; Luca, titolare di un autosalone, per ingrandire l’attività s'indebita con uno strozzino; l’artista Mattia dipende dalle altalene del mercato e subisce una compagna velleitaria; l’impiegato Giorgio non sa dire no alla megalomania di moglie e figlia.
Bocci, come sta andando il giro di presentazioni del film? Ritiene utile questa formula?
«È molto stimolante. Sono convinto che i film debbano essere accompagnati dal regista. Inoltre è bello vedere le differenze da una sala all’altra, mi piace confrontarmi con gli spettatori, sentire i loro interventi, spesso si tratta di commenti molto belli e intelligenti che mi arricchiscono e ogni volta mi fanno capire qualcosa in più del mio film».
Il film la riporta in Abruzzo. Due anni fa ha ricevuto a Francavilla il Premio Guido Celano per il suo spettacolo teatrale Lo Zingaro, musicato dal compositore francavillese Davide Cavuti.
«È da un po’ che vivo l’Abruzzo, ormai per me è quasi una seconda terra, negli ultimi quattro anni l’ho frequentata spesso. Inoltre è abruzzese Stefano Francioni, produttore de Lo Zingaro insieme al Teatro Stabile d’Abruzzo».
Com’è nata l’ispirazione per La caccia, partendo da una poco nota fiaba dei Grimm?
«La fiaba mi serviva per creare l’atmosfera del film, tra ricordo e immaginazione. Un’atmosfera in cui confondiamo realtà, illusione, fantasia, racconti detti e ascoltati da bambini. L’intenzione era usare la fiaba raccontata dalla voce femminile narrante come contrasto con quanto poi faranno i quattro fratelli, tutto il contrario. A riprova che contano più gli esempi concreti che i racconti. I quattro sono più influenzati, infatti, dal comportamento del padre».
Scrivere e dirigere un film in cui piano del ricordo e piano onirico si confondono è stato anche un modo per elaborare il problema di salute vissuto qualche anno fa, che le ha provocato vuoti di memoria?
«Non è stato un modo per elaborare. Da lì è semplicemente nata l’idea. Cercavo di ricordare in maniera ossessiva il mio percorso, da dove venivo, cosa mi era capitato. E se invece, mi sono chiesto a un certo punto, nel mio passato fosse successo qualcosa che è stato meglio dimenticare? La mia vicenda personale è stato un incipit per il film, una premessa da cui partire. I quattro fratelli vogliono dimenticare qualcosa accaduto loro da bambini».
Il film si serve di una famiglia per parlare anche dell’arrivismo e avidità della società contemporanea?
«Parla anche di quello, della rincorsa estrema verso la riuscita di se stessi attraverso i soldi, il potere, la sopraffazione del prossimo. Parla della volontà di essere più forti in modo animalesco, della natura primordiale dell’uomo, quasi messo a nudo. I quattro fratelli sono persone a cui non è stato insegnato l’amore».
Il padre dei quattro è interpretato da Peppino Mazzotta, l’ispettore Fazio, faccia pulita della serie Il commissario Montalbano. Si è divertito ad affidargli un personaggio quasi luciferino?
«Peppino è un attore straordinario, l’ha dimostrato dando vita a tanti personaggi diversi, anche se il grande pubblico lo conosce per il ruolo nel Commissario Montalbano. Ha occhi intensi, comunicativi. In questo film è bravissimo, rimane impresso il sapore forte, ruvido, fastidioso che dà al personaggio, segnando in modo indelebile il film. Sì, mi sono molto divertito, insieme a lui».
Per sé ha riservato il cameo dello strozzino. L’opposto del commissario Scialoja di Romanzo criminale e il vice questore Calcaterra di Squadra antimafia.
«Ho fatto tanti ruoli molto più cattivi di questo. Questo è un cattivo vile. Mi piace ritagliarmi un piccolo ruolo nei miei film. Deve essere però un personaggio che mi impegni poco per potermi dedicare alla regia».
Da spettatore quali film ama vedere? E da regista a chi si ispira?
«Sono appassionato di cinema nordeuropeo, mi piacciono i film che esaminano la parte nera dell’umanità, autori come Vinterberg, von Trier. Anche Lanthimos, che è greco ma ha lo stesso stile livido, freddo, raggelato. Quel clima mi piace moltissimo. C’è molto di quel clima nel mio film. Da spettatore, invece, vado a vedere laqualunque. Del passato amo la commedia grottesca, con personaggi e situazioni folli come nei film di Lina Wertmüller, tra i miei registi preferiti. Ma non c’è un genere che preferisco, sono uno spettatore onnivoro».
Cosa pensa del polverone social seguito alla battuta di sua moglie Laura Chiatti sull’eros ucciso dall’uomo che fa le faccende domestiche?
«Mi preoccuperei più di quanto sia diventato folle un aspetto della nostra società, in cui si fanno battaglie per i diritti di ogni tipo per ognuno e poi non si rispetta una persona per un gusto personale. Aprire un caso per una sciocchezza del genere è la più grossa condanna e autogol che ci siamo inflitti in questa società. Non sono uno malato di social, ma lì ogni cretino può dire la sua. Si fanno sui media campagne importanti per sensibilizzare le persone a un uso cosciente e moderato dei social e poi sono quegli stessi media a riprendere e amplificare un fatto del genere. Se i social vengono presi come riferimento dai media vuol dire che siamo una società allo sbando».
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