Maurizio Colasanti: «La musica va alimentata sempre con la libertà»

17 Dicembre 2017

Il direttore d’orchestra di Chieti: «In tanti Paesi del mondo trovo grandi orchestre e sale da concerto  affollate da giovani. E’ incredibile tutto questo se si fa il confronto con la desolazione italiana»

CHIETI. Maestro Maurizio Colasanti, lei è reduce un concerto tenuto nella Repubblica Ceca: differenze con l’Italia?
«Sono stato in una delle sale più belle del mondo, la Smetana Hall di Praga, dove ho diretto, tra le altre cose in programma, la Sinfonia n. 9 di Antonin Dvorak, compositore boemo che ha segnato con i suoi capolavori la storia della musica. Qui, come in tanti altri posti nel mondo, vedi Cina, Corea, Giappone, Stati uniti, gran parte dell’Europa, la “Musica”, quella con la emme maiuscola, è considerata sempre di più una esperienza necessaria e fondamentale che uno stato moderno ha la responsabilità e il compito di devolvere e donare ai propri concittadini. È incredibile come in tanti Paesi del mondo nascano e vivano fiorentemente orchestre sinfoniche di altissimo livello e fantasmagoriche sale da concerto affollate da un pubblico giovane, i cosiddetti millennials. È incredibile tutto questo se si fa il confronto con la desolazione che si può vedere in Italia».
Perché, da noi che cosa succede?
«A parte i pochi teatri di grande tradizione e i grandi enti, in Italia l’arte musicale, cioè una delle poche cose che i nostri padri hanno creato e che le generazioni precedenti hanno meritoriamente trasferito nel mondo all’umanità intera, una delle cose per cui dovremmo andare fieri, è relegata in un enclave fatta di tedio e mancanza di risorse».
È una riflessione severa la sua.
«Sì sì, come dice il cardinale Gianfranco Ravasi, la musica è “l’esperanto celeste” cioè è quel linguaggio universale che Dio ha voluto donare ai suoi figli, tanto che “se noi continueremo a commettere ingiustizie, ci lascerà senza la musica” come scriveva Cassiodoro nelle Institutiones. E così sta avvenendo».
Ma centra per caso la politica in questo suo giudizio negativo?
«Anche quella, certo. La musica è un territorio pieno di bellezza che abbiamo il dovere e l’obbligo di tramandare ai nostri figli. Purtroppo in questo, così come in altri campi, in Italia spesso ma per fortuna non sempre, si preferisce delegare in ruoli fondamentali personaggi incolti, semplici scendiletto di una politica cieca e irresponsabile, in pratica delle vere e proprie capre, buone solo a lusingare il deretano potente, ovinidi che gestiscono in maniera maldestra, senza idee e senza risultati culturalmente tangibili sia i teatri e sia le orchestre».
Ma l’Abruzzo, regione in cui lei è nato, è esente da queste critiche?
«La situazione in Abruzzo è triste e tragica allo stesso tempo. Da un lato perché alcune leggi scellerate hanno azzerato quanto di buono riuscivano a fare le piccole istituzioni culturali in tema di divulgazione della musica, in tema di promozione e proposizione di nuove idee; e dall’altro perché le istituzioni che sono rimaste sono lasciate sole, senza una programmazione, senza obiettivi e senza l’appoggio di chi dovrebbe legiferare per far crescere questo settore».
Mi viene da pensare al paradigma di Pangloss, nel Candido di Voltaire: ma questo non è il migliore dei mondi possibili?
«Noi ci meravigliamo che le nostre città si stanno spopolando, che i nostri paesi si stanno riducendo a dormitori per anziani, io non mi meraviglio, mi incavolo a vedere che questo stato di cose è stato causato da chi vorrebbe convincerci che ha la ricetta giusta per edificare un mondo migliore. Se si premiano i mediocri e gli incapaci il futuro sarà sempre peggiore e prima o poi toccherà emigrare anche ai figli di quella classe dirigente che si volta dall’altra parte per interesse e convenienze».
Per il terzo anno consecutivo nei ha condotto per mano Guardiagrele Opera, masterclass per talenti che sta dando grandi frutti.
«Sì, in tre anni abbiamo compiuto un miracolo. Un piccolo grande miracolo. Ormai tutti parlano di Guardiagrele come della Spoleto d’Abruzzo. Il nostro festival ha destato l’interesse di testate importanti come il Centro, nazionali e soprattutto internazionali. Il fatto che si organizzino percorsi turistici intorno a noi è il segno tangibile di quanto abbiamo centrato l’obiettivo di promuovere il territorio con la grande musica. Il gruppo di Guardiagrele Opera è la dimostrazione, con i fatti e con i numeri, di quante forze buone sia pieno l’Abruzzo. Purtroppo, anche questa realtà, che per ora sopravvive solo con l’appoggio del Comune e dei privati, se non supportata a dovere dalle istituzioni andrà a morire, e sarebbe davvero un peccato per il comprensorio, per quanti toccano con mano l’importanza anche economica della cultura».
Ecco, che cosa è per lei fare cultura?
«Molti pensano che fare cultura sia semplicemente organizzare un concerto, un’opera lirica, magari a rotazione sempre con gli stessi programmi e gli stessi titoli, magari con un personaggio famoso, tanto per attirare pubblico con l’espediente dell’esca. Invece non è così. La politica e le elite dirigenti che hanno il compito e la responsabilità di gestire il domani, dovrebbero finalmente comprendere che non si fa cultura nominando l’amico di turno offrendogli la possibilità, con qualche migliaio di euro di mancia, quasi fosse quello che è in realtà e cioè un servo sciocco, di organizzare qualche manifestazione per incanutiti spettatori. Fare cultura non è guardare indietro nel passato per riproporre pedissequamente in maniera automatica e cialtrona programmi di cui non si conosce la genesi, lo scopo e l’obiettivo. Fare cultura vuol dire soprattutto incentivare la complessità, favorire la formazione di nuovi eventi, creare mondi fenomenali, incoraggiare la diversità, magari studiando e percorrendo con profondità ciò che la storia ci offre. Chi ha il potere di decidere cosa incoraggiare e sostenere, dovrebbe avere presente che la cultura è un organismo vivente che va alimentato soprattutto con la forza della libertà e dell’emancipazione. Tutte le grandi opere d’arte vengono da qui».
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