Michele Morelli: così ho spostato il Gran Caffè dall’Aquila a Philadelphia

4 Giugno 2017

«Non dimentico mai da dove sono partito, piazza Duomo, con il mio amico Stefano Biasini  ma il terremoto del 6 aprile ci ha tolto davvero la terra sotto ai piedi, scombussolandoci la vita» 

«Dopo aver trascorso oltre 20 anni della mia vita a fare il mio lavoro in Italia; qui a Philadelphia, nel giro di poco tempo, ho capito finalmente il vero significato delle leggende reali che riempiono il sogno americano». Le auto che scorrono sul Benjamin Franklin Parkway, il vialone prediletto da Rocky Balboa. I colori della Pennsylvania, la primavera che si tuffa nell’estate. Le luci di New York sullo sfondo e L’Aquila, un pensiero fisso, sempre cucito nel cuore.
Michele Morelli, 45 anni fra pochi giorni, si sveglia in un appartamento dell’area metropolitana. In uno di quegli edifici che potresti viverci per settimane dentro senza sentire il bisogno di uscire: piscina riscaldata, palestra, ampie aree comuni. Sempre nella stessa struttura vive Stefano Biasini. I due, amici da una vita nonostante la differenza di età – è Stefano il più giovane – si sono fatti le ossa trasformando il Gran Caffè dell’Aquila in uno dei locali di riferimento, prima e dopo il terremoto. Certo, una cosa era lavorare in piazza Duomo e affacciarsi sui colori del mercato. Altro, è dover accettare di ricollocarsi in via Corrado IV, e di essere un altro tassello della movida della periferia, sovrapposta ad ex capannoni industriali o ex stabili commerciali. Tornare in piazza? Non è che non c’abbiano provato. Ma, al di là delle difficoltà strutturali e dei tempi di riqualificazione dell’edificio, bisogna fare i conti con i tempi dei sottoservizi e col fatto di lavorare in un centro facendo lo slalom tra gru e transenne dei cantieri in movimento. Di qui la scelta di fare le valigie e ricreare negli Usa un angolo d’Abruzzo, un grande investimento grazie al sostegno di Mario e Riccardo Longo, padre e figlio, italo americani, da una vita negli States. Il risultato, dal 2014 in avanti, è appunto “il Gran Caffè dell’Aquila”, riproposto in versione maxi a Philadelphia. Quasi 70 dipendenti, un piano autonomo e un basement dove gustare prodotti rigorosamente made in Italy.
Morelli, migliaia di chilometri separano L’Aquila e Philadelphia eppure nel suo locale l’atmosfera che si respira è la stessa, tanto da attirare periodicamente aquilani in visita negli Usa. Qual è il suo segreto?
Non dimentico mai da dove sono partito, gli anni in piazza Duomo. Sin da quando io e Stefano, abbiamo aperto, il nostro modo di lavorare ci ha sempre portato molta fortuna; ma ecco che il terremoto del 6 aprile di otto anni fa ci ha tolto davvero la terra sotto ai piedi, scombussolandoci letteralmente la vita. Dovevamo reagire in qualche modo. Tre giorni dopo quella data nera, infatti, avremmo dovuto inaugurare assieme una gelateria proprio a L’Aquila. Quel fulmine crudo a ciel sereno, però, per noi, poi, è diventato una sorta di molla e di scommessa con il futuro: a quel punto, non ci siamo dati per sconfitti, ma abbiamo riaperto a L’Aquila: siamo stati tra i primi commercianti a tornare in azione dopo il sisma.
Poi però è arrivata la svolta. Una decisione sofferta?
Beh, lasciare tutto non è mai facile. Del resto, io non mi sono mai lasciato L’Aquila alle spalle. Il Gran Caffè L’Aquila resta aperto e continua ad essere un punto di riferimento per questa città che sta cercando di ritrovarsi. Anche perché lavoriamo con uno staff di qualità fatto da giovani che ci credono e portano avanti il nostro marchio con lo stesso spirito nostro.
Un viaggio in due. Un sogno da cavalcare insieme a Stefano. Che rapporto avete?
Abbiamo costruito tutto insieme. Nulla sarebbe stato possibile senza di lui. Del resto, le sue qualità nella produzione di gelati artigianali ci hanno spianato la strada anche dal punto di vista doganale. Abbiamo avuto il visto 0-1, quello che spetta agli artisti o ai campioni dello sport, come Andrea Pirlo, ad esempio e poi siamo arrivati alla Green Card. Stefano poi, ora sta facendo passi da gigante. Nel 2018 parteciperà alla Coppa del Mondo di gelateria sotto la bandiera della nazionale statunitense, della quale sarà il capitano, dopo aver rappresentato l'Italia nell'edizione 2014. Stefano, uno dei pochi a competere con due nazionali, ha vinto i "Trials", le selezioni in Oregon.
Che segno sta lasciando il Gran Caffè L’Aquila in una città così grande e simbolica come Philadelphia?
Ci stiamo dando da fare. Anzi, siamo considerati dal Philly Magazine, testata di riferimento della zona, tra i migliori ristoranti italiani. Per il secondo anno di fila siamo stati inseriti in un concorso di settore e, certo, se risultassimo tra i più votati o ottenessimo il giudizio migliore da parte della giuria, sarebbe un segnale molto importante per la nostra attività. Un passo significativo nella storia della ristorazione di questa città.
Di questa città e non solo, visto che talvolta ve ne andate in giro a offrire arrosticini a New York.
Abbiamo approfittato del compleanno di Stefano e ci siamo procurati degli arrosticini e un banchetto ambulante per la cottura, appoggiandoci a un ristoratore locale che, con 20 dollari, ci ha lasciato la postazione, creando un capannello di gente incuriosita dalle nostre risate. È stata una cosa semplice e improvvisata, con tanto di tormentone Gelato al cioccolato di Pupo suonata a tutto volume.
A proposito di prodotti locali, è risaputo che importate molto dall’Italia. Ritiene che le politiche di Trump possano in qualche modo avere ripercussioni su menti di merce da e per gli Usa?
Non credo. E comunque, ho l’impressione che l’immagine del nuovo presidente degli Stati Uniti sia falsata dai giudizi di molte testate giornalistiche. Noi, al contrario, ci sentiamo protetti dalle sue scelte, anche dal suo “America first” perché questo è un Paese che non ha mai creato problemi a chi rispetta le regole, a prescindere dal suo passaporto.
Tornerà un giorno, il Gran Caffè in piazza Duomo?
Mi piacerebbe certo. Ma è una lotta continua, non solo con i tempi della ricostruzione - e naturalmente dei sottoservizi - ma anche con le dinamiche di una città che inizia a fare i conti con un momento di stanchezza. La stanchezza di una gente lacerata non solo dal sisma, ma dall’incertezza di poter contare su prospettive solide per ripartire e andare avanti. Però L’Aquila è la mia città e farò di tutto per lasciare un segno anche lì. E' importante che ciascuno di noi faccia qualcosa per portare avanti il nome di questa città.
©RIPRODUZIONE RISERVATA