Mieli: l’Abruzzo è casa mia e amo le opere di Silone, D’Annunzio e Flaiano

8 Settembre 2020

Il giornalista: Campiello a Rapino perché rappresenta l’identità di questa regione

Il mielismo è entrato di diritto nel vocabolario della Treccani e prende spunto dal piglio innovativo, dissacratore, popolare, persino scanzonato con il quale il giornalista e storico Paolo Mieli si rapporta con i potenti e con la gente comune. È in viaggio verso l’Abruzzo per partecipare a Pescara alla Festa delle rivoluzione, in cui ricorderà la figura di Gabriele D’Annunzio e domani sarà a Celano per un convegno sull’eccidio del 1950 in cui morirono due braccianti. È l’occasione per approfondire con lui alcuni temi passati, presenti e futuri della politica e della società.
Direttore, non possiamo che iniziare dal premio Campiello. Lei arriva in Abruzzo da Venezia e la nostra è la terra del vincitore dell’edizione 2020, Remo Rapino. Secondo lei cosa ha colpito del romanzo “Vita, morte e miracoli di Bonfiglio Liborio”?
«Il fatto di essere un romanzo autentico, fantasioso e realistico nello stesso tempo. E soprattutto abruzzese. Credo che l’identità abruzzese si senta, è conclamata, come nel caso di D’Annunzio, Flaiano, Silone, e si affacci sempre più prepotentemente. Una cosa che era sottaciuta, nascosta e oggi invece può rappresentare un valore in più per un’opera letteraria».
Lei in Abruzzo arriva per un doppio appuntamento. A Pescara per la Festa della rivoluzione a parlare di D’Annunzio, uomo di destra anche se non troppo fascista, e a Celano per ricordare il sacrificio di due braccianti di sinistra, Agostino Paris e Antonio Berardicurti. Come ci si muove per leggere correttamente la storia pur da prospettive contrapposte?
«Innanzitutto se si classifica D’Annunzio come uomo di destra, mi ribello. Oggi la Carta del Carnaro, la costituzione di Fiume, è ritenuta innovatrice, stupenda. Una carta a cui si sono ispirate tutte le costituzioni. D’Annunzio, con Mussolini, ebbe rapporti molto tormentati, e poi Mussolini “comprò” la sua vecchiaia, gli concesse agi e D’Annunzio rinunciò a far sentire la sua voce di protesta. Sarebbe stata una voce ribelle. Poi lo considero uno dei più grandi letterati italiani, tra i primi cinque-dieci del 1900. Fu tutto, era una grande personalità. I fatti di Celano, invece, fanno parte delle lotte bracciantili, un ciclo aperto drammaticamente il 1° maggio del 1947 dall’eccidio di Portella della Ginestra, che andò avanti per alcuni degli anni ’50. Nel corso di sei, sette anni si scontrarono due visioni dell’Italia uscita dal fascismo. Una era quella che vedeva rapporti nuovi, non necessariamente la rivoluzione comunista, tra forze del lavoro e padroni agro-industriali, e l’altra che voleva tornare all’immediato dopoguerra del 1918-22 che pure aveva conosciuto scontri agrari di notevole entità. I braccianti di Celano sono morti lungo il confine tra queste due concezioni. Paris e Berardicurti erano semplicemente lavoratori che volevano vivere in un’Italia nuova. Dopo queste lotte, la battaglia fu vinta e l’Italia dei morti di Celano fu quella che uscì vittoriosa da questo scontro, ma loro non poterono conoscerla. Morì troppo presto anche Giuseppe Di Vittorio, il leader sindacale che seppe interpretare questa fase di lotte. È assurdo che coloro che più si batterono per un’Italia nuova purtroppo scomparvero prima di vederla».
Il suo ultimo libro, scritto insieme a Francesco Cundari, fotografa il ventennio fascista attraverso 50 ritratti di personaggi cardine di quel periodo. Se tra 50 anni dovesse riscrivere questo libro ci sono oggi personaggi degni, nel bene e nel male, di essere menzionati in un’opera del genere?
«Secondo me, questo lo si scopre dopo, non in tempo reale. Per esempio dell’Italia del ventennio passato, dello scontro tra Prodi e Berlusconi – e con Cundari farò un libro su questo – 50 personaggi ci sono, non solo della vita politica, ma anche economica, e anche oggi. Il cambio avviene nel 2011, da quando non si vota più con il criterio dell’alternanza: ora siamo già tornati alla prima repubblica e ancora più ci torneremo. Emergono personaggi sorprendenti che sembrano destinati a lasciare un segno: Conte, Di Maio, Meloni, Salvini. E poi i governatori delle regioni come Zaia, De Luca, Bonaccini, Toti che mi sembrano figure che sono qualcosa di più che degli amministratori. Anche quelli eletti di recente, Cirio in Piemonte. Ancora, i sindaci Raggi, Appendino, Sala. Qualcuno è destinato a soccombere, ma non bisogna farsi prendere dall’effetto ottico per cui sembrano tutti meno di quelli di ieri, e quelli di ieri meno di quelli dell’altro ieri e così via. Ogni generazione ha i suoi rappresentanti politici che sono le specchio della società».
Un personaggio abruzzese di spicco e dalla vita tormentata è Ignazio Silone. Su di lui sono state lanciate accuse di essere stata spia dell’Ovra, smentite da molti storici. Cosa pensa di Silone?
«Silone resta figura di spicco perché fu protagonista come letterato, come politico e anche come esponente di quell’Abruzzo popolare che viene dal basso; interpreta quell’Abruzzo dei cafoni. Grandissimo personaggio. Ha quasi una marcia in più perché ha saputo parlare anche al ceto degli intellettuali».
Affrontare la storia è sempre complesso. Nel suo volume “Le verità nascoste” parla di trenta casi di manipolazione della storia. Il racconto della verità spesso confligge con il tentativo strumentale di mistificarla. Lei affronta ogni giorno questo compito in tv, sulla carta stampata. Quanto è difficile essere storico oggi?
«Bisogna essere capaci di mettere sempre in discussione le verità rivelate, non dare nulla per scontato. Non è vero che ciò che viene tramandato sia o buono o cattivo, che i periodi luminosi siano solo luci e quelli cupi solo ombre. Bisogna riconoscere le contraddizioni, i conti che non tornano e le zone di sconfinamento tra bene e male».
L’attuale recrudescenza della pandemia preoccupa molto, soprattutto nell’imminenza della riapertura delle scuole. Secondo lei il governo e il mondo scientifico che ne ha guidato le scelte finora hanno agito adeguatamente? Cosa si poteva fare che non si è fatto?
«Penso che attraverseremo una situazione molto confusa, ci prenderemo una grande paura, ma entro il 14 ottobre capiremo che si può convivere con la pandemia anche nelle scuole. È stato così in Cina e in Asia, poi in Israele e in Francia, dove hanno riaperto subito le scuole. Si tratta di prendere le misure. Forse avremmo fatto meglio ad aprire le scuole a maggio, giugno e luglio: il morbo si era attenuato ed era prevedibile che oggi sarebbe aumentato. Tanto valeva aprire prima. Renzi in aprile disse che bisognava riaprire tutto per motivi economici, una tesi ragionevole, ma quella sulla scuola era più ragionata: 8 milioni di studenti e un sistema complesso da tarare. Il primo errore è stato la riapertura delle discoteche, dicendo di stare a un metro di distanza, una ipocrisia pazzesca. Allora sarebbe stato meglio riaprire i cinema. Secondo errore, appunto, la mancata riapertura delle scuole».
Il governo Conte è appeso a una maggioranza non proprio granitica, per usare un eufemismo, e alla spada di Damocle delle elezioni del 20 e 21 settembre. Cosa prevede in questo autunno di fuoco per la politica italiana?
«La maggioranza parlamentare si è mostrata molto più granitica di quello che dicono i numeri. Per non correre il rischio di elezioni anticipate quelli di Forza Italia ogni volta si squagliano. Si dovranno vedere gli effetti delle elezioni di settembre. Se il Pd, oltre alle Marche, perdesse anche Toscana e Puglia bisognerà vedere il grado di tenuta del Pd. Basterà riconquistare una sola di queste due regioni e stapperanno champagne. Un 2-4 sarebbe visto come una vittoria. Io sono prudente perché il Pd ha dimostrato di inghiottire tutto, si considera fortunato poiché, dopo le elezioni perse nel 2018, è ai posti di potere e prima di mollare una situazione del genere ci penserebbe due volte. Andare a nuove elezioni per perderle? Oppure dentro un nuovo governo in cui conterebbe meno?».
I giovani fanno sempre più fatica ad approcciarsi alla lettura di libri e quotidiani. Sono sempre più attirati dai telefonini e questo fa registrare un impoverimento intellettuale preoccupante che sta contagiando la società. Esiste un modo per canalizzare le curiosità dei ragazzi e avvicinarli alla lettura?
«Io ci provo nel mio campo mescolando i generi, quello televisivo e quello scritto. In tv ho un apparato al passo con i tempi, facciamo molte cose anche su Instagram. La soluzione? Costruire i sistemi integrati, cioè fare in modo che carta stampata, tv e media si tengano insieme. Per il resto, che ci sia un certo declino della carta stampata mi sembra inevitabile, ma resta forte, autorevole e interessante. Quando uscirono cinema e tv si disse che il teatro sarebbe morto. Non è accaduto».
Qual è il suo rapporto con l’Abruzzo?
«Sono cittadino onorario di Civitella del Tronto e a questo tengo moltissimo, quella fu l’ultima roccaforte del regno borbonico. A Civitella del Tronto sono arrivato alla fine di un percorso che aveva come mete L’Aquila, Ortona, Pescara e Teramo che negli anni ho frequentato non per motivi di lavoro. Ho messo una radice particolare in Abruzzo. Fino a una ventina di anni fa questa regione proprio non la conoscevo, venivo solo a sciare a Ovindoli, a Roccaraso. Poi, da giovane giornalista, mi capitò di arrivare come inviato per i moti dell’Aquila. Ora ho conosciuto meglio l’Abruzzo e mi sento come a casa mia».
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