Minà: «Dai grandi come Alì ho imparato a respirare la libertà di essere se stessi»

29 Marzo 2022

Al Festival di Bari presentato il documentario “Una vita da giornalista” Gli incontri con Maradona e Ferrari: «Avrei voluto parlare con Mandela»

«Mi hanno sempre attratto persone capaci di andare contro corrente, anche a costo dell’isolamento, della solitudine. Persone capaci di raccontare storie, di mostrare visioni altre. E inevitabilmente hanno acceso la mia curiosità, perché come diceva il mio amico Eduardo Galeano, capace di raccontare la storia dell'America Latina attraverso racconti ironici e apparentemente non importanti, fatti di cronaca, “il cammino si fa andando”, non sai mai dove queste storie ti possano portare. È il bello della vita, tutto sommato».
A parlare così è Gianni Minà, un giornalista che di uomini “super” ne ha conosciuti tanti, da Fellini a Mohamed Alì, dai Beatles a Enzo Ferrari fino a Fidel Castro. Al Bari International Film Festival – Bif&st 2022 è stato proiettato in anteprima il docu-film a lui dedicato “Gianni Minà una vita da giornalista” alla presenza della regista Loredana Macchietti che, in qualità di moglie, riceverà al posto suo il Premio Bif&st alla carriera consegnato dal direttore della Gazzetta del Mezzogiorno, Oscar Iarussi. Il docufilm narra la storia professionale del giornalista, scrittore e documentarista italiano che ha realizzato centinaia di reportage per la Rai, ideato e presentato programmi televisivi. Scritto dalla stessa Macchietti con Gianni Minà, il film ha come produzione Format e Rai Cinema mentre la distribuzione è a cura di Zenit Distribution.
Minà cosa ha imparato da questi grandi personaggi da lei intervistati?
A esercitare il pensiero critico, anzi, il pensiero complesso, e a respirare la libertà di essere come si è, mostrando soprattutto la propria fragilità.
L’incontro il più bello?
Quello con Muhammad Alì, il più grande di tutti, perché ha rotto un sistema, una cultura. All’inizio di ogni intervista esordiva sempre con le sue idee di riscatto per il popolo nero ed enumerava tutto quello che un nero americano non era riuscito ad avere nella vita: “Tutti hanno una terra per la quale lottare, combattere... tutti. Solo noi, solo i neri d’America non hanno una terra di riferimento”. Purtroppo le sue battaglie non hanno prodotto grandi cambiamenti, ma non mi sento di dire che ha perso.
Il personaggio che avrebbe voluto incontrare?
Sicuramente Nelson Mandela, ci siamo rincorsi: una volta non potevo io, una volta non poteva lui. E l’ho perso, come ho mancato l’intervista a Marcello Mastroianni, una persona gentile e ironica. Ci accomunava Giovanna Cau, una vera e propria leggenda nel suo campo.
Cosa avrebbe fatto se non fosse diventato il giornalista?
Sono nato giornalista, lo sono stato, lo sono e lo sarò. Mi sono sposato la professione e non intendo divorziare. Lo disse Enzo Ferrari per le sue auto e mi sono identificato fortemente.
Cosa direbbe oggi a chi vuole fare il giornalista?
Camminare, vivere, parlare, ascoltare la gente, soprattutto quella che non ha voce.
Per lei nessun rimpianto professionale, ma al contrario, e ora progetti?
Loredana, mia moglie e regista del documentario sulla mia vita, poco tempo fa ha tirato fuori tutte le interviste che feci per la “Storia della boxe”. Sono interviste fatte ai pugili nordamericani negli anni ’70 e dai loro racconti emerge uno spaccato degli Usa di quell’epoca spettacolare. Luca Briasco e Daniele Di Gennaro della minimum fax mi concedono il privilegio di lavorare a questa Bibbia del pugilato. Loro hanno già editato il libro sulla mia “Storia di un boxeur latino” e “Maradona non sarò mai un uomo comune”. Approfitto per ringraziarli perché mi danno la possibilità di continuare egregiamente il mio mestiere.