Nencini: «Oriana Fallaci, il legno storto sempre fuori dal coro»

Il nuovo libro dell’autore e politico sulla giornalista fiorentina: «Oggi prenderebbe a calci Trump, Putin e anche Netanyahu»
VASTO. «Intessuta nel fil di ferro, Antigone eroica e solitaria, legno storto che ha cambiato la storia del giornalismo»: Oriana Fallaci è stata protagonista e voce narrante di un pezzo del Novecento, amata e odiata senza mezzi termini, divisiva come pochi, oggetto di invidie professionali per i successi internazionali, giornalista e scrittrice tradotta in tutto il mondo. Domani cade il ventesimo anniversario della scomparsa, avvenuta il 15 settembre 2006, quando aveva 77 anni, nella sua Firenze, dove volle tornare da New York a morire, nascosta nella casa di cura Santa Chiara.
Con la telefonata notturna di Oriana che avverte l’amico Riccardo del suo arrivo a Firenze inizia il bel libro Mai stanca di vivere. Passioni e tumulti di Oriana Fallaci (Mondadori), in cui Riccardo Nencini ne ricostruisce la storia personale e intellettuale, affiancando ai ricordi i materiali d’archivio e documenti inediti. Saggista e romanziere spesso premiato, già senatore e presidente della commissione cultura del Senato, Riccardo Nencini è presidente a Firenze del Gabinetto scientifico letterario Vieusseux. Nel 2007 ha pubblicato Morirò in piedi (Mauro Pagliai Editore), racconto degli ultimi giorni di vita di Oriana Fallaci tradotto in più lingue e rappresentato a teatro. Con il Gabinetto Vieusseux ha organizzato il convegno “Oriana Fallaci. L’eretica”, in programma domani a Firenze e la mostra “Oriana. Donna, giornalista, scrittrice”.
Presidente, come si racconta una materia incandescente come Oriana Fallaci?
«È un legno storto, tutti gli storti che nella vita si muovono lontano dal coro, fuori dalla folla, vanno guardati da tutti i lati, sotto molte sfaccettature. Non è possibile infilare Oriana con la sua vivacità e complessità su una lavagnetta con i buoni e i cattivi. Per raccontarla occorre tenere insieme due fattori. Innanzitutto la sua infanzia e adolescenza, e quindi la Resistenza, e l’amore per la scrittura, totale e travolgente. Anche la sua scrittura è fatta di varie sfaccettature, scrive di eventi che spesso vive in prima persona, assumendosi la responsabilità di parteggiare per tizio o per caio; infatti sosteneva che l’oggettività per chi scrive non esiste, bisogna sposare una verità. Seconda cosa da tenere presente è la sua ossessione per la forma, lavorava su un articolo, un’intervista, la pagina di un libro per giorni interi».
Fallaci viene citata, anche sui social, soprattutto per i clamorosi gesti di ribellione, come levarsi il velo nell’intervista all’ayatollah Khomeynï nel 1979, o per i suoi scritti più polemici, come l’invettiva La rabbia e l’orgoglio sul Corriere della Sera pochi giorni dopo l’attentato alle Torri Gemelle, pezzo poi diventato libro, in cui denuncia la decadenza dell’Occidente, incapace di difendersi dal fondamentalismo islamico. Ma a vent’anni dalla morte qual è il suo vero lascito?
«L’insegnamento per l’individuo è che non si può essere indifferenti. Oriana amava Dante, che aveva infilato gli accidiosi in una delle bolge più terribili dell’Inferno, e odiava l’indifferenza. Lascito per i giornalisti è il suo desiderio inconsolabile di conoscenza, la preparazione, lo scavare sotto la pelle. Oriana si preparava sempre con grande attenzione su quello che doveva scrivere, dedicò una ventina di giorni a preparare l’intervista a Kissinger, così per altri politici. Infine, lezione per tutti le sue battaglie per la difesa della libertà. Questi tre pilastri sono il suo lascito».
Nella vostra amicizia ci sono state diversità di vedute, litigi, discussioni?
«Molte, siamo passati al tu dopo un litigio. Mi telefonò di sera da New York, qui erano le quattro del mattino, una telefonata lunghissima, dopo un’ora le chiesi: “Signora qual è il problema?”, lei mi chiuse il telefono in faccia. La mattina dopo mi richiamò scusandosi e disse che potevamo darci del tu. La pensavamo diversamente su alcuni punti de La rabbia e l’orgoglio, lei sosteneva che l’Europa stava diventando Eurabia, io non concordavo su questo, però pensavamo entrambi che l’Europa avrebbe perso peso politico, “l’Europa a pancia piena” diceva lei, e aveva ragione. All’epoca questa tesi venne combattuta, oggi è sposata proprio da quelli che la offendevano».
La nascita fiorentina, il genius loci, quanto hanno condizionato la vita di Oriana Fallaci, la sua indole e la sua scrittura?
«La indole molto. Indro Montanelli diceva che i toscani si dividono in toscanacci e toscanucci, lei era una toscanaccia, come Montanelli, come Curzio Malaparte, era un fiorentina d’Oltrarno, del quartiere più popolare della città, che i fiorentini chiamavano Malborghetto, quartiere socialcomunista rifugio di delinquenti e sovversivi. Oriana è legata a quella Firenze lì, la Firenze popolare, non amava l’aristocrazia e l’alta borghesia fiorentine e non era amata da loro».
Il Gabinetto Vieusseux organizza un convegno e una mostra su Fallaci. Quali aspetti mettete in evidenza?
«Il convegno è un po’ particolare, sa ce ne sono tanti nel ventennale, e allora noi abbiamo invitato personaggi minori, che poi tanto minori non sono, che raccontano pezzi della sua vita che nessuno conosce, il suo ultimo editor, la sua ultima assistente, il direttore della casa di cura, che ebbe una funzione importante, per dieci giorni la tenne al riparo da foto e altre intrusioni, difendendo il suo desiderio di restare nascosta. Nella mostra ci sono il carteggio con Pasolini e il grosso dell’archivio lasciato al Consiglio regionale toscano quando ero presidente, conservati in un fondo ora diventato biblioteca. Abbiamo aperto una sala al Gabinetto Vieusseux con dodici macchine da scrivere di grandi scrittori, Oriana, Pasolini, anche lui una Olivetti, Prezzolini, Savinio, Arbasino, Citati, La Capria. Abbiamo la biblioteca di Pasolini e lo studio di Arbasino».
Fallaci voleva stare in prima linea, raccontare le storie di guerra con un punto di vista interno e una scrittura soggettiva. Ha cambiato lo stile del giornalismo italiano coi suoi reportage dal Vietnam e, nel 1991, dalla Guerra del Golfo; una volta era addirittura a bordo di un aereo cisterna americano di rifornimento. Cosa la fa "invaghire", come dice lei stessa, della guerra, che pure aveva odiato da ragazzina, quando era staffetta partigiana?
«Aveva terrore e fascinazione della guerra. Nella guerra, diceva, vedi l’uomo in faccia. Era affascinata dall’adrenalina che la guerra generava, andava e tornava dal Vietnam, lo ha fatto per anni, era come se non riuscisse a vivere compiutamente senza quella storia. E lì c’è il segno dell’adolescenza, la Resistenza, Firenze, il rapporto col padre Edoardo, un artigiano antifascista, perseguitato politico».
Cosa penserebbe Oriana Fallaci dell’America di Trump?
«La prenderebbe a calci in faccia. L’immagine dell’America che lei aveva, terra della libertà, non è quella di oggi, di chi dice se non voti vai all’inferno, ti do 5mila dollari se mi voti. Avrebbe scritto uno dei suoi pezzi più saporiti. Anche su Putin. Era contro il totalitarismo, in tutte le sfumature, e pur non essendo filo-araba per gli ultimi mesi di governo di Netanyahu avrebbe usato termini duri».
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