«Noi anziani in un limbo più siamo e meno contiamo»

Il neuropsichiatra Filippo Pollice: la pensione rischia di diventare una patente di inutilità che trasforma i nonni in auto da demolire alla periferia della città
Nuovi orizzonti per la terza età”. Le chiama così, Filippo Pollice, le considerazioni che ha raccolto nell’articolo che pubblichiamo in questa pagina. Psichiatra e neuropsichiatra dell’età evolutiva, già direttore del dipartimento di salute mentale della Asl di Chieti-Ortona-Guardiagrele, Pollice ha scritto queste considerazoni anche come riflessioni su un intervento del presidente della Regione, Luciano D’Alfonso, sui problemi degli anziani, pubblicato di recente sul Centro.
di FILIPPO POLLICE
Quando il cancelliere Bismark alla fine dell'Ottocento, sancì, in via legislativa, la "vecchiaia" doversi considerare da 65 anni in poi, la durata media della vita in Italia si aggirava attorno ai 44-45 anni e la percentuale degli ultra sessantacinquenni era appena del 4%. Oggi, la vita media va oltre gli 80 anni, con un significativo vantaggio in favore delle donne. Tale incremento in percentuale supera il 20% della popolazione; tale dato in gran parte è assoluto, per l'effettivo prolungamento della vita media, in parte è relativo, perché va confrontato il crollo del tasso di natalità che dal 37 per mille del dopoguerra è passato all'8 per mille. Su mille abitanti in un anno nascono 8 bambini anziché 37 del 1946. La fascia di popolazione in età evolutiva è diminuita, malgrado la contrazione della mortalità infantile. Il tasso di natalità sta riprendendo lievemente quota grazie all'esuberanza delle culle degli immigrati.
L'Europa è diventata il pianeta dei vecchi, circondato dalle popolazioni povere del Terzo Mondo in tumultuoso sviluppo demografico. Nell'Europa l'Italia, per secoli considerata povera di risorse naturali ed economiche, ma ricca di risorse umane, risultata essere la nazione più vecchia! In quanto a prolificità da "maglia rosa" è diventata la "maglia nera" d'Europa. Questi sono i termini quantitativi.
In termini qualitativi è innegabile che una volta gli anziani erano pochi, ma contavano molto; avevano un ruolo preciso e importante nella famiglia e nella società. Oggi sono molti ed in progressivo aumento, ma non altrettanto significativo è il loro ruolo. La famiglia della società agricola di un tempo cosiddetta patriarcale, oltre a costituire un supporto affettivo, educativo-etico e di mutuo soccorso, era anche una unità di produzione (azienda) per cui qualità di lavoro, luogo di lavoro e residenza coincidevano. La figura dell'anziano (il nonno, il padre) oltre ad avere l'autorità del capofamiglia, inglobava anche l'autorità del capo della unità produttiva. Altrettanto importante il ruolo della donna anziana che, tra le tante mansioni, svolgeva il ruolo di raccordo tra famiglia affettiva e il lavoro, di solito teneva i conti e costituiva elemento importante di coesione generazionale.
La società attuale, con l'esclusione dal sistema produttivo dell'anziano, non riconoscendogli alcuna importanza e utilità, metaforicamente lo ha "mandato in esilio", lo ha confinato in un'area impalpabile "senza tempo tinta", paragonabile a quella del limbo dove si trovano le anime di coloro che sono morti col debito del solo peccato originale. La pensione che è stata un'importante conquista sociale rischia di diventare una specie di "patente di inutilità" che r. elega gli anziani ai margini della società, alla stregua delle vecchie automobili depositate alla periferia delle nostre città, in attesa della demolizione. L'anziano, nella nostra società, è d'altra parte esposto, come sempre, anche alle patologie organiche tipiche dell'età avanzata, frequentemente ad evoluzione cronica e a carattere degerativo attribuibile in parte alle abitudini alimentari inadeguate per eccesso e qualità. Attualmente viene registrata una particolare incidenza di patologie classificate tra le "sindromi neurologiche" che hanno in comune il decadimento mentale, la perdita delle facoltà cognitive e in particolare della memoria (per esempio: la malattia di Alzheimer sempre più frequente e precoce). Tali patologie ritenute nel passato esclusivamente organiche, in realtà sono espressione di una commistione di fattori biologici, psichici, socio-ambientali. Ciascuno di noi, in quanto persona, non è riducibile al solo corpo ma è corpo più mente più mondo degli affetti più relazioni sociali; inoltre è il culmine di un vissuto, il corpo con dentro una storia unica e irripetibile. L'integrità anatomica e l'integrazione con gli altri sono le basi del nostro benessere. Valenze emotivo-affettive positive sono in grado di temperare e mitigare i danni di una lesione. Valenze emotive-affettive negative sono in grado di concorrere persino al determinarsi di una lesione (per esempio: la caduta delle difese immunitarie nella depressione). Per concludere, la ferita più lacerante inferta all'anziano è la perdita delle relazioni affettive e sociali, la separazione dal mondo degli affetti. La solitudine, l'isolamento e l'abbandono!
La scomparsa dei familiari, degli amici, dei conoscenti, priva l'anziano anche della "condivisione dei ricordi". Senza interlocutori, senza presente, senza futuro, l'anziano perde progressivamente anche il passato, ossia la memoria. La memoria non è qualcosa di statico e di automatico, non è il magazzino o la soffitta dei nostri ricordi, non funziona da sola deve essere "accesa", "messa in moto", "chiamata in causa", stimolata, esercitata, motivata, altrimenti si esaurisce e si spegne al pari della batteria di un'automobile che si scarica e resta ferma per lungo tempo! Secondo il professor Benedetti, autorevole neuropsicologo, l'essere umano ricorda il 10% di ciò che vede, il 10% di ciò che ascolta, il 20% di ciò che vede e sente, il 70% di ciò che discute, commenta, valuta, confronta con gli altri. Non a caso il pdg Antonino Serafini ha parlato di "famiglia". Acclarato, infatti, che l'anziano vive bene in famiglia, nel luogo di residenza, nel contesto ambientale, affettivo e sociale in cui è vissuto è necessario sostenere le famiglie che comprendono persone anziane le quali tra l'altro trasferiscono alle nuove generazioni quel patrimonio di saggezza, temperanza, tolleranza e moderazione di cui hanno bisogno, esercitando un preciso ruolo educativo suadente perché autorevole e non autoritario.