«Non sono ottimista ma darò il massimo Un padre non molla»

20 Aprile 2020

Il giallista di Ortona da mesi bloccato a Modena «Non scrivo: ho bisogno di serenità per farlo»

Il suo ultimo romanzo, “Nero a Milano” (Piemme) porta il lettore in una metropoli che la scrittura disegna come un fumetto raffinato, Dylan Dog è il primo che viene in mente: i personaggi si muovono in chiaroscuro, le ombre si allungano su ogni verità, un gelo dal cielo plumbeo avvolge il dolore dei protagonisti in fuga da un passato doloroso. Il romanzo di Romano De Marco si legge d’un fiato: l’investigatore di successo Marco Tanzi ha fretta di scoprire la verità su due cadaveri trovati carbonizzati, un diciottenne che vive tra i cochard di cui un serial killer fa strage, e soprattutto ha fretta di scordare i suoi incubi.
Il tour di presentazione del nuovo thriller dello scrittore abruzzese – classe 1965, vita tra Modena, Milano e la sua Ortona, dove ha figli e famiglia – era in corso quando la pandemia ha fermato tutto. E anche la penna di De Marco si è fermata, come racconta in questa intervista l’autore che ha esordito nel 2009 nel Giallo Mondadori con Ferro e fuoco, seguito nel 2011 da Milano a mano armata (Foschi, Premio Lomellina 2012), quindi con Fanucci nel 2013 A casa del diavolo e con Feltrinelli Morte di Luna, Io la troverò e Città di polvere. Con Piemme ha pubblicato con successo, L’uomo di casa e Se la notte ti cerca.
De Marco dove sta trascorrendo la quarantena?
A Modena, lavorando. Sono responsabile della sicurezza in uno dei maggiori gruppi bancari d’Italia, in questo momento i miei colleghi hanno bisogno di me. Ritengo sia la cosa giusta mettermi a loro disposizione e onorare il mio ruolo di dirigente.
Quindi è lontano dalla sua famiglia. Soffre la solitudine?
Sono solo sì, i miei figli e la mia compagna sono a Ortona, a più di 400 chilometri. Soffro molto la loro assenza, ma mi rincuora che si trovino in una zona dove il rischio di contagio è molto più basso rispetto alla provincia di Modena (una delle più colpite d’Italia). Peraltro i miei ragazzi (Sara 15 anni e Lorenzo 19) stanno affrontando il lockdown con molto giudizio, rispettando le disposizioni di non uscire, seguendo le lezioni a distanza e impegnandosi nello studio. Sono molto orgoglioso di loro.
A casa come occupa il tempo?
Lavoro dalle 7 alle 20, non ho molto tempo libero. Nei week end o nei tre giorni di Pasqua vissuti in completa solitudine ho cercato di tenere la mente impegnata, ho iniziato a seguire delle conversazioni sulla lettura che il grande Giuseppe Pontiggia, il mio scrittore preferito, aveva registrato per Radio Rai nel 1994. Le ho scovate su Youtube grazie alla segnalazione di un autore mio amico sui social. Sono documenti straordinari e illuminanti che mi stanno aiutando a dare un senso alle queste strane e tristi giornate.
Quale la sua reazione di fronte all’emergenza coronavirus?
Sono molto turbato, come tutti. Più che l’aspetto sanitario mi preoccupa l’impatto economico su una società, la nostra, già duramente provata e segnata dalla crisi del lavoro. La mia reazione è quella di gettarmi a capofitto nel lavoro e di non pensare troppo. Fare la mia parte e sperare, come tutti, che questa fase drammatica passi e arrivi presto il momento di rimboccarci le maniche per ricominciare a costruire una vita normale.
Come vede la reazione degli italiani alla pandemia?
Vedo troppe polemiche, troppe fake news, troppe prese di posizione dettate dall’individualismo, dalla voglia di raccattare facili consensi, di far leva sul populismo e sulla paura. Sia da parte dei politici che degli opinionisti che infestano i palinsesti televisivi. Penso che, per l’ennesima volta, nonostante l’immagine che le pubblicità e la propaganda vogliono far passare, gli italiani stiano dimostrando di non essere un popolo unito, una nazione coesa e compatta nell’affrontare le crisi.
Sta scrivendo qualcosa di nuovo?
No, non scrivo e penso che non tornerò a scrivere se non quando questa crisi sarà passata. Benché io tratti temi molto drammatici, per scrivere ho bisogno di uno stato d’animo sereno, di una disposizione mentale che in questo momento mi manca. Come ho detto sono troppo turbato, preoccupato per i miei cari. Non ho abbastanza lucidità da poter trasferire i miei pensieri, le mie sensazioni su un foglio bianco.
Ma un nuovo romanzo c’è. Di cosa parla?
Il mio nuovo romanzo, Il cacciatore di anime, doveva uscire il 5 maggio, per Piemme Edizioni, ora è stato rimandato al 9 giugno (come gran parte delle uscite del periodo). È un thriller con personaggi nuovi, ambientato in un paese della Toscana, in Valdera, provincia di Pisa. È un paese che esiste realmente, si chiama Peccioli, ed è un luogo straordinario pieno di arte, cultura e bellezza. Me ne sono innamorato e ho voluto dedicargli un romanzo anche allo scopo di farlo conoscere a più persone possibili.
Pensa che Covid e quarantena entreranno nei suoi libri?
Forse un giorno scriverò qualcosa su questo periodo, di certo non riesco a farlo adesso. Questa crisi, ora, va vissuta nel modo migliore possibile, ovvero impegnandosi per sé stessi e per gli altri e facendo ciascuno del proprio meglio per tornare alla normalità. Quel periodo, come ha detto qualcuno, in cui eravamo felici e non lo sapevamo.
Cosa sta leggendo?
Sono partito per Modena di sera, i primi di marzo, quasi fuggendo. Ho gettato nella valigia qualche libro a caso e sto leggendo quelli. Nel frattempo ne ho ordinati altri su internet per non restare senza.
Un consiglio?
Proprio Pontiggia, un autore straordinario che non tutti conoscono. Nati due volte, La grande sera, Il giocatore invisibile. Ma tutto ciò che ha scritto vale la pena di essere letto.
E tra i i suoi romanzi?
Nero a Milano, l’ultimo.
Guarda la tv? E cosa?
Sono un grande appassionato di serie tv. Al momento sto seguendo Better call Saul, Narcos Mexico, Hunter e Bosch su Netflix e Amazon Prime.
Come immagina il prossimo futuro?
Devo essere sincero: non sono molto ottimista da questo punto di vista. Non vedo margini di miglioramento, non scorgo segnali positivi nella gestione di questo momento difficile. E non parlo dei politici (in quelli ho perso ogni speranza) ma della gente, dell’atteggiamento generale, dei commenti che leggo, dei comportamenti che osservo. Penso che stia venendo fuori il peggio, piuttosto che il meglio. Nonostante ciò, non mi abbandono alla disperazione. Come padre ho il dovere di continuare sempre a dare il massimo per fare in modo che i miei figli possano vivere nel miglior mondo possibile.
©RIPRODUZIONE RISERVATA