Onna, spunta un fascicolo segreto che riscrive la storia dell’eccidio

L’indagine venne aperta nel settembre del 1944 e furono ascoltati molti testimoni diretti Sette anni dopo la magistratura aquilana dichiarò il “non doversi procedere” e insabbiò tutto
Il 20 maggio 1951 è una domenica. Quel giorno, di prima mattina, in una stanza del palazzo di Giustizia dell’Aquila, che all’epoca aveva sede a palazzo Margherita, entra un cancelliere con un pesante faldone. Dentro ci sono una quindicina di fascicoli molti dei quali hanno questa intestazione: procedimento penale contro ignoti militari tedeschi. L’allora presidente della sezione istruttoria della Corte d’Appello, Abele Colangelo, firma in calce i moduli prestampati utilizzati di norma per le sentenze di rinvio a giudizio. Le parole “rinvio a giudizio” vengono sovrapposte a penna e l’atto diventa una sentenza definitiva: “Su conforme richiesta del pubblico ministero la sezione istruttoria dichiara il non doversi procedere per essere rimasti ignoti gli autori del reato”. Fine della storia.
La sparizione
Quel faldone resterà “seppellito” negli archivi del tribunale dell’Aquila per oltre 70 anni e solo oggi (trascorsi i termini di legge) se ne può parlare pubblicamente. Un “Armadio della Vergogna” non dissimile da quello scoperto dal giornalista Franco Giustolisi a Roma con gli atti che addirittura avevano la dicitura “archiviazione provvisoria” procedura che non esiste nel nostro sistema giudiziario.
La strage di Onna
Dentro all’Armadio della Vergogna aquilano c’è anche un corposo fascicolo che riguarda una delle stragi più efferate compiute dai nazisti con la complicità di fascisti: l’eccidio di Onna dell’11 giugno 1944 con sedici vittime a cui va aggiunta l’uccisione di una ragazza di appena 16 anni avvenuta nove giorni prima. Dell’esistenza di quel fascicolo nessuno ha mai saputo nulla. Gli storici, che in tempi diversi si sono occupati della strage di Onna, hanno dovuto far riferimento a racconti orali raccolti decenni dopo (da utilizzare quindi con cautela). Le uniche fonti scritte, attendibili, sono state un articolo del giornale “Risorgere” del luglio 1944 (con un resoconto sommario dei fatti) e tre rapporti dei carabinieri della stazione di Paganica a firma “Giuseppe Allegro” (del 3 e 13 giugno 1944 e del 13 luglio 1944) che sono stati rintracciati una ventina di anni fa in un archivio tedesco dallo storico Gerhard Schreiber che li citò in un suo corposo volume sugli eccidi nazisti in Italia. Grazie all’avvocato e storico sulmonese Lando Sciuba, amico di Schreiber, quei rapporti scritti in tedesco (erano stati tradotti dalle autorità d’oltralpe) tornarono in Italia. Ma le domande sono sempre state: come sono finiti in Germania? Da dove sono stati presi? È accertato che il fascicolo su Onna non è mai arrivato alla Procura militare di Roma tanto che nel giugno 2004 quando fu presentato un esposto per chiedere la riapertura delle indagini tutti caddero dalle nuvole. Non era nemmeno nell’indice delle “pratiche” nascoste nell’Armadio della Vergogna romano. Insomma un mistero.
Mistero svelato
Oggi quel mistero, grazie al casuale ritrovamento nell’Archivio di Stato dell’Aquila del faldone con i tanti “non doversi procedere” può essere svelato, almeno in parte. Nel marzo nel 1965 l’ambasciata tedesca a Roma chiese al ministero degli Esteri italiano una serie di documenti sui “crimini nazisti irrisolti in Italia”. Ne furono inviati alcuni, fra cui quelli sulle stragi di Onna, Filetto e Gubbio nelle quali si sospettava ci fosse una stessa mano: quella della 114esima divisione cacciatori. La Procura di Hof si era mossa (interessando l’ambasciata a Roma) a seguito di una denuncia presentata dai familiari delle vittime della strage di Gubbio.
Archiviazioni
Dopo qualche anno, esattamente il 19 giugno del 1968, la magistratura tedesca archivia tutto “perché gli autori non sono stati identificati” ma, se anche lo fossero stati, non potevano comunque essere puniti in quanto la “rappresaglia” nei confronti delle popolazioni civili “fu legittima”, come era scritto nel decreto di archiviazione. Il 7 luglio del 1969 il settimanale tedesco “Der Spiegel” fa uno scoop: fra i massacratori di Filetto c’era un ex capitano dell’esercito teutonico Matthias Defregger, nel 1969 vescovo ausiliare di Monaco. Lo “scandalo”, che ebbe risonanza internazionale, provocò la riapertura delle indagini su Filetto (la magistratura aquilana fece calmare le acque, poi si dichiarò incompetente e non se ne fece nulla). Con una interrogazione parlamentare, sempre nel 1969, l’onorevole comunista Eude Cicerone chiese di riesaminare anche il caso di Onna. Da verifiche compiute – da chi scrive – 17 anni fa risulta che la Procura generale della Corte di Appello sollecitò gli uffici per cercare il fascicolo sulla strage di Onna. Ufficiosamente fu risposto che non se ne era trovata traccia né negli archivi del palazzo di Giustizia né all’Archivio di Stato.
Bugie
Adesso sappiamo che si trattò di un’inspiegabile bugia. Quel fascicolo negli archivi del tribunale c’era (nel 1965 qualcuno lo aveva trovato e ad Hof era stato inviato uno stralcio relativo ai soli tre rapporti dei carabinieri) ed è rispuntato decenni dopo.
Dentro ci sono le relazioni dei carabinieri in originale (scritte a mano) e decine di testimonianze raccolte appena tre mesi dopo i fatti.
Oggi quella storia va riscritta in gran parte. E alla vergogna di un fascicolo fatto sparire per oltre 70 anni si aggiunge anche un’istruttoria chiusa in fretta e furia il 25 novembre 1944 da un oscuro commissario della Questura dell’Aquila. Forse gli onnesi trucidati 77 anni fa potevano avere un minimo di giustizia. Ma la verità nessuno l’ha più cercata e le testimonianze “a caldo” sono state seppellite nella polvere del tempo.