«Ora in vetta all’Himalaya c’è una pietra della Maiella»

La magica avventura di un gruppo di alpinisti di Lama dei Peligni e Pescara
Avevano un sogno nello zaino: far incontrare la Maiella e l’Himalaya, piazzare nel campo base dell’Everest la bandiera del rifugio Fonte Tarì di Lama dei Peligni. Il sogno lo hanno realizzato. Dal 29 marzo a 5.643 metri di altezza, sul Kala Patthar, ci sono la bandiera di Fonte Tarì e una pietra della Maiella. Un pezzo di Abruzzo è in Nepal.
A compiere l’impresa un gruppo di amici di Lama dei Peligni, Peppe Ardente, Andrea Monaco, Angelo Caprara, Lorenzo Ardente, Ewa Piechowiz e lo “straniero” del gruppo, il pescarese Luciano Carchesio. Un gruppo che ha in comune una cosa: l’amore viscerale per la montagna e per l’Abruzzo. E questo amore li ha spinti a salire sulla vetta del mondo per unirla alla Maiella: dovevano «far incontrare le due montagne».
«L’idea del viaggio e dell’unione delle montagne è nata in una delle tante serate al rifugio Fonte Tarì», racconta Angelo Caprara, 34 anni, escursionista che ha scalato le vette di 28 Paesi, «per gioco. Parlando di viaggi ci siamo detti: dobbiamo andare sull’Everest!». «Per noi la Maiella è davvero madre», aggiunge Peppe Ardente 56 anni, lamese doc che di montagna ne sa come pochi, «e per viverla pienamente abbiamo deciso di restituire decoro e vivibilità alla struttura di Fonte Tarì, che è un rifugio a quota 1.540 metri lasciato per anni all’abbandono. Poi abbiamo pensato di unire il rifugio e la Maiella che lo ospita alla montagna per eccellenza; l’Himalaya. Volevamo portare un po’ d’Abruzzo in Nepal. Così questa estate ci siamo decisi: partiamo a fine marzo 2018».
Il viaggio è stato preparato nei minimi dettagli, perché non è di certo una passeggiata scalare l’Everest; in molti hanno perso la vita nel tentativo di raggiungere la vetta. La scelta è caduta sulla versante del colle sud, quello che dà sul Nepal. Ma, prima di partire, il gruppo abruzzese si è anche allenato. «Abbiamo fatto per una settimana Lama dei Peligni-Civitella andata e ritorno con del pallet negli zaini», raccontano sorridenti Caprara e la compagna Ewa Piechowiz, mentre Peppe Ardente addirittura ha dormito in una grotta per abituarsi a resistere al freddo. Problemi anche di respirazione in alta quota. E di respirazione ne sanno qualcosa Andrea Monaco e Luciano Carchesio che sono sub. Dalle profondità del mare sono saliti sulla vetta del mondo: un abisso! «Sono mondi invece molto simili», dice Monaco. «La profondità del mare viene ribaltata nell’altezza della montagna. Si hanno le stesse difficoltà, la sensazione di solitudine e ci sono gli stessi colori intensi».
I colori: sono uno degli elementi che hanno colpito di più gli escursionisti. «Ho ancora negli occhi il blu intenso del cielo», ricorda Ewa. «E i colori allegri dei bambini», continua Lorenzo Ardente, 25 anni, «erano tutti sorridenti. Ne abbiamo incrociati alcuni mentre andavano a scuola, a 4.300 metri di altezza. “Namastè” ci dicevano, sorridevano e correvano via felici. Impressionante poi vedere come i grandi portavano sui monti carichi pesantissimi. Avevano una fascia che passa sulla fronte e regge una cesta con cui portano pesi che noi non riusciamo ad alzare da terra: anche settanta chilogrammi. Ci spronavano a portare i nostri zaini».
Il gruppo infatti è salito in vetta senza gli sherpa che di solito trasportano i bagagli. E sulle spalle avevano zaini tra i 10 e i 14 chili: quello di Ardente era il più pesante…c’era la pietra della Maiella. In cima sono arrivati dopo sei giorni di cammino. Sono partiti da Lama il 22 marzo, poi hanno preso un volo per Kathmandu, da dove hanno raggiunto Lukla, e da lì, a quota 2.850 metri, è partita la sfida. Sei tappe attraverso paesaggi mozzafiato, ponti tibetani, villaggi arroccati, templi. «Abbiamo affrontato circa dieci chilometri al giorno», spiega Ardente, «che sembrano pochi, ma percorrerli in carenza di ossigeno per via dell'altitudine e con lo zaino addosso, non è una passeggiata. Abbiamo fatto fatica, alcuni hanno sofferto di più e hanno impiegato più tempo, qualcun altro è rimasto indietro, ma ce l'abbiamo fatta».
«Non è stato facile», aggiunge Monaco, «abbiamo sofferto il mal di montagna, ho persino pianto, ma alla fine ci siamo scoperti più forti». «È stata dura», commenta Ewa, «abbiamo dormito nei villaggi, al freddo, camminato per quasi otto ore al giorno per 10 chilometri. La mattina però era fantastico svegliarsi col profumo intenso di ginepro e la nenia delle preghiere». Stringendo i denti, sotto una bufera di neve e a -20°, il gruppo è arrivato al campo base. Sul Kala Patthar hanno piazzato la bandiera di Fonte Tarì e poggiato la piccola roccia abruzzese con su scritto: “Majella Abruzzo Italy”. «Facevo fatica a realizzare che ero lì con il mio zaino pieno di emozioni, come i grandi Reinhold Messner, Ardito Desio», commenta Ardente con gli occhi lucidi. «È stata una esperienza indimenticabile», chiude Caprara, «che ci ha insegnato l’importanza di ciò che è essenziale. Siamo tutti più forti. Dentro di noi portiamo emozioni, colori, profumi, paesaggi, la sensazione di non farcela e quella poi di scoprirsi più forti. Abbiamo impresso negli occhi i volti dei nepalesi, i sorrisi dei bambini, la forza degli sherpa». Ma c’è un piccolo frammento di roccia a ricordare loro tutto questo: dall'Everest hanno portato via una piccola pietra nera, che sarà collocata nel Rifugio Fonte Tarí.
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