Orso d’oro ai “folli” di Philibert Un premio anche al film italiano

26 Febbraio 2023

A “Disco boy” di Giacomo Abbruzzese va l'Orso d'Argento per il miglior contributo artistico Migliore attrice è Sofia Otero, a otto anni la più giovane premiata nella storia del Festival 

«Siete impazziti? È troppo». È il commento tra il sorpreso e lo stralunato con cui il regista francese Nicolas Philibert accoglie, sul palco della Berlinale 2023, l’Orso d’Oro per Sur l'Adamant, documentario sul disagio mentale. «Ho cercato di convertire l'immagine di persone che spesso vengono discriminate e stigmatizzate. Anche se non possiamo identificarci in loro», ha continuato, «possiamo trovare una comune umanità, il sentimento di far parte dello stesso mondo», dopo aver sottolineato l'orgoglio di aver vinto con un documentario. «Come sapete», ha concluso, «le persone più folli non sono quelle che pensiamo lo siano».
È la conclusione di una Berlinale «intensa» e forse anche più «politica» del solito, che si è aperta con l'intervento video del presidente ucraino, Volodymyr Zelensky ed è proseguita con l’appello per le donne iraniane della giurata Golshifteh Farahani, fino alla bandiera ucraina sventolata sul tappeto rosso per la cerimonia di premiazione,
Per l'Italia, Disco boy, opera prima di Giacomo Abbruzzese, ha ricevuto l'Orso d'Argento per il Miglior contributo artistico, soprattutto per la straordinaria fotografia di Hélène Louvart. Al 39enne regista, che ha speso gli ultimi dieci anni proprio su questo film, è stato anche assegnato il Premio Kinéo e GCHR per i diritti umani, prima volta per un autore italiano.
Gli altri premi maggiori sono andati a Philippe Garrel, Orso d'Argento per la regia di Le grand chariot; alla piccola Sofia Otero, a 8 anni la più giovane vincitrice della storia della Berlinale, Orso d'Argento come migliore attrice per 20.000 species de abejas della regista basca Estibaliz Urresola Solaguren. E a Roter Himmel del regista tedesco Christian Petzold, Orso d'Argento Gran premio della giuria.
L'Orso d'Argento alla miglior attrice non protagonista è andato all'austriaca Thea Ehre per il film The end of the night di Christoph Hochhaeuser. Per la categoria cortometraggi, l'Orso d'Oro è andato alla pellicola francese Les chenilles delle registe Michelle e Noel Kersewany. Mentre il premio documentario della Berlinale è per El eco della messicana Tatiana Huezo.
Tornando all’unico film italiano in concorso, Giacomo Abruzzese si confessa felicissimo. «Dedico questo premio alla mia famiglia e agli amici che mi conoscono da sempre e che sanno quanto è stato lungo il percorso per arrivare fino a qui, ma lo dedico anche alla mia città Taranto, perché te la porti sempre dentro nel bene nel male». Tra toni psichedelici, sciamanici, musica elettronica, Disco boy racconta discesa agli inferi e redenzione di un migrante con sensi di colpa, che si identifica troppo con il nemico. Girato tra Europa e Africa, con colonna sonora firmata dalla star della musica elettronica Vitalic, il film racconta la storia di Alex (Franz Rogowski), un giovane che fugge dalla Bielorussia insieme a un amico ed entra clandestinamente in Francia. Da “sans papier” accetta l'inferno della legione straniera per ottenere la cittadinanza francese. Nel delta del Niger, incontra il guerrigliero Jomo che combatte contro le compagnie petrolifere che minacciano il suo villaggio e la sorella Udoka, che invece sogna di fuggire.
«Credo che del film sia piaciuta la messa in scena, l'idea del doppio viaggio», spiega Abbruzzese. «Progetti futuri?», continua. «Ci sono stati alcuni abboccamenti con Stati Uniti, ma io resto fedele alla mia idea di cinema. Il taglio internazionale del film appartiene al mio percorso. A ventiquattro anni sono andato via dall'Italia e ho viaggiato molto. Questo mi ha permesso di interrogarmi, ad esempio, se il pubblico straniero possa capire il mio film?»
« I miei lavori», continua, «sono come dei racconti inglesi, dove la storia si sgancia dall'urgenza dell'oggi e perciò è sempre attuale. Io mi sono sempre interessato alle filmografie di tutto il mondo, ho una grande curiosità cinefila che vivendo in Francia ho potuto coltivare molto. Certo il mio film non avrà vita facile, visto che va in sala in lingua originale, cioè in ben cinque lingue. Doppiarlo sarebbe snaturarlo, ogni lingua porta con sé la ricchezza della sua cultura».
In Disco boy aleggiano anche dei toni mistici. «Ho un background da cattolico praticante», spiega il regista, «la mia ricerca è sempre stata sul rapporto con l'invisibile. Credo che il cinema serva anche ad investigare l'incontro con il sacro, con l'invisibile».
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