Pallotta: «Nel mio film “Sacro Moderno” riscopro il Gran Sasso»

21 Ottobre 2021

Il lungometraggio del regista di Montorio al Vomano verrà presentato questa sera alla Festa di Roma  

MONTORIO AL VOMANO. La montagna teramana con i suoi scorci suggestivi, i borghi a rischio spopolamento e il contrasto tra la tradizione tramandata attraverso riti e usanze e la modernità che da altrove seduce i pochi che ancora ci vivono, è la protagonista del lungometraggio “Sacro Moderno” che sarà presentato stasera alla Festa del cinema di Roma in concorso nella sezione “Panorama italiano” di “Alice nella città” dedicata ai giovani talenti.
L’opera prima del 28enne regista originario di Montorio al Vomano Lorenzo Pallotta è ambientata nella frazione di Intermesoli di Pietracamela, ai piedi del Gran Sasso, con la sua piccola comunità che resiste al cambiamento dei tempi e al richiamo della città. Il regista immerge lo sguardo nei luoghi dei propri ricordi e lo restituisce attraverso gli occhi attenti dei tre protagonisti che vivono in loco, interpretano loro stessi e i cui destini si incrociano: il piccolo Mattia Caruso che osserva il fluire di un tempo dilatato a tratti sospeso con la spontaneità della sua età, il fratello diciottenne Simone Caruso che è l’erede tacito di memorie e antiche tradizioni, si fa carico della responsabilità del paese e a un certo punto si ritrova dinanzi al bivio se rimanere o andare via e l’eremita Filippo Lanci, che lontano da tutto e tutti cerca di ricostruire se stesso e la propria fede. Un docu-film figlio del neorealismo prodotto da Limbo Film, Il Varco, Peperonito Media, sostenuto dai Comuni Gran Sasso-Laga, Consorzio Bim, Camera di commercio Gran Sasso che conferma la predilezione di Pallotta per la montagna teramana come ambientazione dei suoi lavori, come nei cortometraggi “Ossa” e “Luis”. Un legame indissolubile con le proprie radici per il regista che ha studiato a Milano e a Roma, ha lavorato con nomi come Sorrentino e Moretti ed è stato insignito di vari riconoscimenti.
Questa sera ci sarà il debutto del film su un palco importante, cosa significa per lei?
«Sono felice, perché è il film più piccolo in concorso dal punto di vista della produzione, ma c’è molta attenzione e sarà un momento di visibilità importante non solo per me, ma anche per il territorio».
Perché ha scelto Intermesoli e attori non professionisti che a interpretare loro stessi?
«Volevo raccontare l’esistenza di chi vive realmente la montagna a rischio spopolamento e, tra realismo e finzione, ricreare la mescolanza di generazioni: i grandi e i giovani, che in quelle zone sono pochi. Mattia e Simone vivono lì e mi hanno permesso di raccontare, ognuno per la propria dimensione, la vita di un borgo che rischia di scomparire».
Lei si è trasferito con la troupe a Intermesoli e dopo una ricerca storica durata tre anni hai scritto la sceneggiatura “strada facendo” durante le riprese. Com’è stata questa esperienza?
«È stato un ritorno alle origini. I giorni di ripresa sono stati 33, ma per la pandemia non continuativi. Il resto del tempo è stato una scoperta continua di usanze che avevo dimenticato. Ho conosciuto una comunità che mi ha accolto a braccia aperte, ho cucito rapporti, ho riscoperto la terra dove sono cresciuto, ho ritrovato la mia memoria. Ho vissuto con il paese, nel paese. Il cinema è in primis un viaggio, un’esperienza di vita».
I borghi montani del Teramano sono lo scenario dei suoi lavori. Cosa le suscitano?
«La parte del Teramano è più selvaggia, meno utilizzata dalla cinematografia ed è quella più vicina a me. Apprezzo l’ambiente autentico, il contatto costante tra l’uomo e la natura e soprattutto la resistenza dei valori. “Sacro Moderno” all’estero si chiamerà “I figli del Gigante che dorme” e ci sono scene girate anche nei borghi di Fano Adriano, Crognaleto e a Cima Alta di Prati di Tivo».
Si definisce un ambasciatore dell’Abruzzo?
«La nostra è una regione meravigliosa, fertile dal punto di vista cinematografico, ma poco valorizzata. Purtroppo si investe poco nel cinema e mancano i servizi e le figure idonee per sviluppare questo comparto. Un vero peccato perché le potenzialità ci sono, ma c’è ancora tanto da fare».