Pancella, il pianista che gira il mondo «Da Chieti a Tokyo...»

Il musicista jazz teatino racconta i suoi viaggi e i concerti «In Giappone ho capito ciò che voglio: continuare a suonare»
di Katia Giammaria
«Basta con le etichette. Non suono musica jazz. Suono. Suono quella che ormai si può dire la black american music».
Tony Pancella, il pianista teatino che ha collaborato con i grandi del jazz, Lee Konitz, Tony Scott, Jimmy Owens, Helen Merril, solo per fare qualche nome, è appena tornato da Tokyo. Ingaggiato per tre mesi da un locale, il New York Bar, il luogo più spettacolare della metropoli giapponese, dove si ascolta musica dal vivo. Una location al 52esimo piano di un grattacelo dal quale si vede un panorama siderale e nel quale c’è il Park Hyatt uno degli hotel a 5 stelle più esclusivi di Tokyo. Pancella era con Pat Glynn, Ben Yamakoshi e con la vocalist Pascale Elia. Pancella è figlio di Nicola, pianista raffinato. Di lui dice: «Ha un approccio con la musica unico, che raramente ho trovato in altri». E di musicisti ne ha conosciuti davvero tanti nei suoi tour negli Usa nel quale è andato decine e decine di volte, a Tel Aviv 14, Germania, Austria, Russia, Serbia. Del padre che attualmente dirige il coro Puccini di Chieti e continua a comporre e studiare, ricorda il primo concerto insieme: «Avevo 20 anni, al teatro Marrucino, ero teso come una corda di violino». La nonna, greca, era pianista, diplomata al Rossini di Pesaro nel 1920, il nonno violinista. L’esperienza non solo musicale di Tokyo, di un mondo diverso dalla nostra caotica Italia, dagli ibridi Usa e dalla competente Israele, è arrivata in un momento maturo della vita e della professione.
Ha 56 anni. Ma la figura magra, dinoccolata le mise un po’ alla dr House lo rendono più giovane, anzi di una età indefinibile. «É un mondo verticistico quello giapponese fatto di inchini e silenzio. Dove il linguaggio cambia a seconda della posizione sociale, o professionale dell’interlocutore. Popolo di una gentilezza spinta al massimo, con un sistema di servizi che funziona alla perfezione. In strada non si fuma ma non perché c’è un divieto imposto da una legge, come da noi, ma perché non si fuma e basta. E nei locali la possibilità di farlo è rimessa alla discrezionalità del locale».
Pancella racconta di un paese dove ci sono contraddizioni singolari. «La metropolitana, il cui arrivo è annunciato da un cinguettio, è pulitissima, non si parla al cellulare, ma tutti indistintamente dal più piccolo al più vecchio giocano su tablet o smartphone continuamente». La grande metropoli imperiale ha tutte le strade con percorsi per non vedenti e parchi con alberi di ciliegio lussureggianti, però non parla volentieri in Americano. Anzi non lo parla proprio. «I primi tre giorni ho fatto una fatica enorme a farmi capire per mangiare qualcosa di decente». Anche se poi negli ospedali «dove al pronto soccorso si aspetta in poltrona» c’è l’interprete pronto a tradurre. «Ho girato tanto e ogni paese mi ha lasciato qualcosa. Di Tel Aviv ricordo quando ho suonato con una delle cantanti più brave al mondo Helen Merril, (vocalist con Gil Evans, John Lewis e Ron Carter ndr)) alla fine del concerto pianse e mi disse una frase bellissima: sei stato tu a farmi piangere, mi hai dato emozione. A Londra ho trovato l’accoglienza di un gruppo di colleghi che mi ha letteralmente coccolato. In America a parte gli amici musicisti straordinari con i quali continuo a lavorare, ho conosciuto un personaggio geniale, uno dei disegnatori dell’F16, intervistato recentemente a Report sugli F35 e sulla loro inadeguatezza. Dopo 10 anni al Pentagono, ha avuto il coraggio di licenziarsi per occuparsi di musica, vive in campagna in un habitat caotico e pieno di cose e studia la tecnica del suono sperimentando le cose più incredibili. In Russia ricordo un concerto a meno 14 gradi, fatto all’aperto. Ecco, a questo punto dopo aver suonato praticamente in tutto il mondo è arrivata Tokyo. Mi ha confermato quello che voglio: continuare a fare, suonare. Sembrerebbe ridicolo alla mia età, non saperlo ancora, ma questo è un lavoro che ha bisogno di continui slanci e il Giappone me li ha dati, mi ha dato la spinta a continuare su questa strada con più vigore. Eppoi c’è Pietro, mio figlio». Appena diciottenne studia contrabbasso. «Di lui da poco ho capito cosa farà. Il musicista». Ma va!
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