«Panico al Pescara Jazz quando Keith Jarrett zittì tutti con una nota»

9 Maggio 2015

Il musicista americano festeggia i 70 anni con live e album Fumo racconta i concerti al Festival del 1973, ’74 e 2008

di Federica D’Amato

PESCARA

Ha compiuto ieri settant’anni Keith Jarrett, uno dei musicisti americani più noti e importanti al mondo che, con il suo approccio inconfondibile ai generi del jazz e della musica classica, ha rivoluzionato il modo di reinterpretare la musica contemporanea sin dalle fondamenta. L'artista statunitense, festeggia lo speciale compleanno con l'uscita di due dischi, tra cui un live “solo pian” dal titolo 'Creation' (Ecm Records) e con un’unica tappa italiana, al Teatro di San Carlo Jarrett, il 18 maggio.

Autore del disco di jazz più venduto nella storia della musica, quel “Kholn Concert” che lo ha reso leggenda, Jarrett ha avuto un ruolo da protagonista nella storia del Pescara Jazz, il festival di musica jazz fondato e diretto da Lucio Fumo, che nell’intervista a seguire racconta il suo rapporto con il pianista di Allentown.

Al Pescara Jazz sono passati tutti i mostri sacri del jazz mondiale, compreso Keith Jarrett, che compie settant’anni. Era il 16 luglio del 1973: ci parli del vostro incontro.

«Sono molto contento di questa intervista perché mi dà la possibilità di raccontare quello che è stato il grande lascito che Keith Jarrett ha dato, in termini storici e culturali, alla città di Pescara, partecipando ben tre volte al nostro festival jazz. La prima, appunto il 16 luglio 1973, ho avuto la fortuna di conoscere il Jarrett giovanissimo che stava diventando famoso grazie al quartetto di Charles Lloyd; noi lo invitammo, però, a suonare in modalità in piano solo e, associandolo, nella stessa serata, a quello che ormai era già un mostro sacro del jazz internazionale, Miles Davis, il quale, ricordo con precisione, volle lasciare “spazio” al giovane Keith, scegliendo di suonare per primo. Mi trovai davanti un giovanotto già ampiamente consapevole del suo genio, molto concentrato sulla sua musica e sua esecuzione, il carattere già scontroso e taciturno, ma di certo non esigente e quasi capriccioso come il Jarrett che siamo ormai abituati a conoscere; quella prima volta lo pagammo 1500 dollari, una cifra ben lontana dal cachet esorbitante che avrebbe richiesto anni dopo... Insomma, quella del ’73 è stata la serata più importante della storia del Pescara Jazz, In quella occasione il festival fu letteralmente preso d’assalto da giovani provenienti da tutto il mondo, Davis e Jarrett suonarono per più di due ore mandando il pubblico in visibilio e immortalandoci come uno dei festival jazz di riferimento».

E la serata del ’74, quando lo avete invitato per la seconda volta?

«Quella fu sensazionale, per un episodio che chi lo ha vissuto ricorda come clamoroso. Dopo la prima del ’73, ricontattato, fu molto contento di tornare a Pescara; nel giorno della sua esibizione, a causa di problemi tecnici e di pioggia, si trovò a dividere la serata con gli Art Ensemble di Chicago che suonarono per primi, riscuotendo un incredibile successo e costretti dal pubblico a replicare ben due bis. Fu a questo punto che entrò in scena l’eccentricità di Jarrett, il quale, salito finalmente sul palco tra le urla e le sregolatezze del pubblico che reclamava ancora Gli Art Ensemble, ingaggiò una vera e propria sfida di sguardi con i giovani per avere un po’ di silenzio. Ricordo ancora la mia agitazione, chiamai di corsa le forze dell’ordine, credendo che quel suo atteggiamento avrebbe scatenato a dir poco una sommossa; e invece, Jarrett, suonando ripetutamente una stessa nota e chiedendo al pubblico “is this a music festival?”, ottenne quel di cui aveva bisogno, iniziando a suonare in quel suo modo ormai inconfondibile e straordinario.»

Fino al terzo capitolo della saga “Jarrett al Pescara Jazz”, la serata del 15 luglio 2008. Com’è andata?

«Quella è stata un’altra data memorabile del Festival, Jarrett in trio con Gary Peacock e Jack DeJohnette. Jarrett era ormai un vero e proprio divo, ricordo bene quanto ci costò averlo a Pescara, sia in termini di logistica sia economici: cachet da 75.000 €, aereo personale, hotel a Nizza, e molto altro. Ricordo la mia ansia perché non sapevo come sarebbe stato il feeling tra il pianista e il pubblico pescarese: Jarrett l’anno prima aveva mandato a quel paese l’intero Umbria Jazz solo perché qualcuno aveva scattato delle foto durante la sua esibizione, a Pescara sarebbe potuta accadere la stessa cosa. E invece i pescaresi furono degli spettatori educatissimi, e Jarrett fu tanto soddisfatto di come andarono le cose che, a fine concerto, mi fece chiamare per ringraziarmi e dirmi che, quando volevo, potevo chiamarlo, al Pescara Jazz sarebbe tornato volentieri».

Quindi la serata del ’74 in qualche modo aveva abituato il pubblico di Pescara ai capricci del pianista?

«Credo proprio di sì. Jarrett nel 2008 rammentava ancora la tensione di quella serata di trentaquattro anni prima, tanto che mentre ne parlavamo, insieme, e lui sorridendo mi chiese “Is this a music festival?”».

©RIPRODUZIONE RISERVATA