Paolo Di Paolo: «Siamo tutti ex bambini gettati nel mondo»

L’autore di origine abruzzese presenta il suo romanzo “Lontano dagli occhi” oggi nel Centro d’Abruzzo a San Giovanni Teatino con lo scrittore Alessio Romano
«Con l'Abruzzo ho un rapporto forte, il mio nonno paterno era di Civitella Alfedena e lì ho passato le estati dell'infanzia. Inoltre la primissima cosa che ho scritto è legata alle mie radici. Nel 2001, ancora al liceo, ho conosciuto Dacia Maraini a Pescasseroli. Capito che ero innamorato della letteratura, mi ha chiesto di collaborare allo spettacolo "Il respiro leggero dell'Abruzzo" e mi ha voluto nella prima messinscena, a Gioia dei Marsi, accanto a Franca Valeri. Un'emozione grandissima. È partito tutto da lì». Il pluripremiato scrittore Paolo Di Paolo, romano, 37 anni, autore di romanzi, racconti, saggi, libri per bambini, torna oggi in Abruzzo per presentare, alle ore 18, il nuovo romanzo “Lontano dagli occhi” (Feltrinelli) nell'area ristoro del centro commerciale Centro d'Abruzzo a San Giovanni Teatino, per la rassegna "A tu per tu con l'autore" curata dallo scrittore Alessio Romano, che converserà con l'ospite. Letture accompagnate dalla musica di Christian Carano. Il romanzo intreccia le vite di tre giovani donne - la giornalista Luciana, la studentessa 17enne Valentina, la squatter Cecilia - e i loro compagni (l'Irlandese, Ermes, Gaetano) nella Roma primi anni Ottanta. Sono destinati a smettere di essere figli per diventare genitori. «Niente ci accomuna come l'essere figli. Esplorare l'essere figli è ciò che mi sta più a cuore. L'essere figli non si cancella con l'esperienza e la maturità, né quando accudiamo i genitori divenuti anziani. Alla fine non siamo altro che bambini cresciuti gettati nel mondo», dice Di Paolo al Centro citando Heidegger. Perché la canzone di Sergio Endrigo per titolo? «“Lontano dagli occhi, lontano dal cuore" è una sorta di locuzione idiomatica. Il libro è stato scritto anche un po' per smentirla. Ci sono personaggi che vivono di distanze, di lontananze che però non annullano i sentimenti. Anche la foto in copertina, uno scatto di Claudio Corrivetti per strada a Roma, con le due ragazze che si voltano verso l'obiettivo, vuol quasi sconfessare il titolo del romanzo».
Negli anni Ottanta lei era bimbo. Cosa l'ha spinta a collocare i personaggi in quel periodo?
Forse proprio il fatto che di quel periodo non sono stato testimone cosciente. Il paesaggio dell'infanzia diventa un romanzo storico. Per questo mi piaceva riflettere su cosa significhi venire al mondo in una certa epoca anziché in un'altra. Quello che ci accade nei primi anni di vita è fondamentale, ma non ne abbiamo un ricordo cosciente. Quindi nei miei romanzi faccio sempre un lavoro di ricostruzione storica di fondali, di ambienti. Il metodo di lavoro, da un libro all'altro, è sempre lo stesso, un lavoro sui dati, su informazioni raccolte sfogliando vecchi giornali, guardando vecchie foto, leggendo lettere, documenti, testimonianze. Mi sembrava affascinante fare questo esperimento di ricerca su un decennio che oggi appare spensierato. La mia narrazione è sempre ancorata a materiali che vengono dalla storia. I miei interessi e la mia formazione mi spingono verso le ricostruzioni storico-sociali. Ricostruzione che è stata complessa per "Mandami tanta vita" (finalista allo Strega 2013, ndr), che si svolge negli anni Venti di Piero Gobetti. Ma anche per “Dove eravate tutti”, ambientato negli anni Novanta di Berlusconi.
A proposito di “Mandami tanta vita”, s’identificava col personaggio di Moraldo, che ammira il coetaneo Gobetti?
«Mi ero identificato con Moraldo, sia pure con molte differenze caratteriali, perché come lui ero stupito dalla lucidità intellettuale e dall'intelligenza prodigiosa di Gobetti.
Le protagoniste di “Lontano dagli occhi” stanno per diventare madri. I loro partner sono più o meno assenti, inadeguati. Non è stato ingiusto verso il suo genere?
Se non ingiusto, impietoso. Questi padri sono impreparati. Estremizzo un elemento che fa parte di ogni genitorialità. La donna, inchiodata alla genitorialità dal segno fisico, non può sottrarsi. Al contrario dell'uomo, che diventa genitore non per segno fisico ma attraverso una presa di coscienza. Sono giovani padri un po' sfuggenti. Mi interessava vedere come e quando acquisissero la consapevolezza del cambiamento. Ma anche le figure femminili sono complesse, in conflitto, dentro relazioni problematiche, non solide. Tutti e sei i personaggi vengono buttati fuori dalla loro giovinezza. Ora lo sguardo su giovinezza e età adulta è cambiato. Negli anni Ottanta un trentenne come l'Irlandese si avviava alla mezz’età. Oggi verrebbe considerato un giovane.
Come nascono i suoi personaggi?
È misterioso anche per me. Tutto nasce da una sorta di visione, scaturita da un dettaglio, un gesto, una persona vista in treno o per strada. Si parte da un dettaglio reale per poi tradirlo. Ho chiesto al direttore dell'Espresso, Marco Damilano, cosa ricordasse degli anni Ottanta e lui mi ha parlato della cerimonia per i 40 anni in politica di Andreotti, una festa piuttosto trash in un cineteatro romano. Allora ho immaginato una giovane giornalista, incinta, che arranca per avvicinarsi al palco e sviene per il caldo. Così è nato il personaggio di Luciana, che scrive per un giornale del pomeriggio, all'epoca c'era Paese Sera che viveva un momento di crisi. Parto da un elemento minimo, che fa scaturire, dettaglio dopo dettaglio, un mondo.
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